In questo articolo ripropongo un bel lavoro presente sul sito https://www.spine-health.com/ che descrive una delle più comuni problematiche che colpiscono i pazienti ovvero la sciatica e le sue cause.

sciatica le cause più comuni 01La sciatica, o sciatalgia, è un sintomo che può essere causato da una serie disparata di condizioni cliniche, letteralmente vuol dire infiammazione del nervo sciatico, capirne le cause è un passo fondamentale per orientare il paziente verso un percorso di guarigione.

Il nervo sciatico esce dalle ultime vertebre lombari e le prime vertebre dell’osso sacro, è il più lungo e spesso nervo del corpo umano percorre il territorio che va appunto dalla colonna lombare, al gluteo, alla parte posteriore della coscia, il polpaccio e il piede.

L’irritazione del nervo alla sua uscita dalla colonna vertebrale o lungo il suo decorso può generare dolore, formicolio, alterata sensibilità e debolezza su parte o su tutto il percorso del nervo. L’intensità e la durata dei sintomi dipende dalla severità del problema che causa il sintomo sciatalgico.


Le cause più comuni che determinano il coinvolgimento del nervo sciatico sono varie:

  • ernia del discoErnia del disco: gli studi ci mostrano che circa il 90% delle sciatiche è causato da un problema al disco intervertebrale nelle forme di protusioni, ernie, bulging discale, diminuzione dello spessore del disco stesso per esempio per disidratazione. Questo crea una compressione della radice dello sciatico. L’ernia del disco può causare la sciatica in due modi:
  • Compressione diretta: il disco o il materiale che esso contiene e che fuoriesce per rottura delle fibre esterne, va a comprimere direttamente la radice del nervo.
  • Infiammazione per cause chimiche: il materiale discale che fuoriesce può avere caratteristiche acide (acido ialuronico) che può irritare la radice del nervo.

Un disco erniato può comprimere la radice di un solo lato con sintomi che coinvolgono solo una gamba, oppure può comprimere entrambi le radici causando problemi a tutte e due le gambe (sciatica bilaterale).


  • Degenerazione: i tessuti come ossa (articolazioni) e legamenti possono andare incontro a problemi degenerativi per età o sovraccarico, ciò può comprimere o irritare il nervo spinale. La degenerazione delle faccette articolari può anche causare l’infiammazione e l’aumento di massa del tessuto sinoviale nella capsula dell’articolazione. La degenerazione dell’osso della vertebra crea osteofiti che a loro volta sono causa di compressione. Le proteine che vengono secrete dal disco degenerato fanno da mediatori chimici che aumentano il processo infiammatorio locale.

degenerazione

 

  • Stenosi lombare: la stenosi spinale è il restringimento del canale spinale ed è relativamente comune negli adulti di età superiore ai 60 anni. La ricerca suggerisce che la stenosi del forame da cui esce il nervo può essere comune nel causare la sciatica nella popolazione anziana.

stenosi lombare

  • Spondilolistesi: si ha quando si verifica una frattura da stress tra il corpo della vertebra e l’arco osseo posteriore, questo fa scivolare la vertebra in avanti con conseguente intrappolamento della radice del nervo, anche bilateralmente. È più comune nei giovani adulti.

spondilodistesi

Quelle descritte sono tutte manifestazioni cliniche che possono svilupparsi nel tempo o spontaneamente a causa di traumi e stress fisico. Incidenti, cadute o infortuni possono causare una lesione diretta del nervo, in questo caso la sintomatologia è molto acuta e improvvisa, diversamente da una fase degenerativa che è progressiva nel tempo e quindi anche i sintomi si manifestano progressivamente.

sciatica le cause più comuni 06Oltre a quelle appena descritte, ci sono altre manifestazioni patologiche che hanno tra i sintomi la sciatica, e sono:

  • La sindrome del piriforme: causata dallo spasmo del muscolo piriforme che si trova in profondità nel gluteo e che passa subito sopra al passaggio dello sciatico dietro l’anca. La compressione del nervo avviene per spasmo del muscolo causata spesso da sovraccarico o per problemi di mobilità legati al bacino e all’anca. Il sovraccarico da sovrallenamento può produrre tale condizione patologica.
  • Disfunzioni sacro-iliache: si parla di disfunzioni quando un’articolazione non compie in maniera fisiologica i movimenti previsti, l’articolazione sacro-iliaca è quella tra osso sacro appunto e il bacino. Sono varie le cause che possono generare una disfunzione a tale livello e uno dei sintomi può essere la sciatalgia.

Raramente, la sciatica può svilupparsi a causa di tumori, infezioni, formazione di tessuto cicatriziale, raccolta di liquidi, malattia di Pott (tubercolosi spinale) o frattura della colonna lombare. Sebbene poco frequente, la sciatica può anche svilupparsi come complicazione di metodi di iniezione muscolare errati nel gluteo o in seguito a un intervento chirurgico di protesi dell’anca. Circa l’1% delle donne in gravidanza può sviluppare la sciatica ad un certo punto durante la gestazione.

Esistono dei test specifici che ci permettono di capire se l’origine del dolore è di tipo vertebrale, discale, articolare, o a carico di altre zone anatomiche, come abbiamo visto prima. La corretta raccolta delle informazioni del paziente e dei sintomi riportati oltre all’attenta valutazione clinica ci orientano verso una diagnosi, inoltre è sempre opportuno avvalersi delle giuste indagini radiologiche che sono di aiuto per stabilire un’origine precisa.

La maggior parte delle patologie che ho elencato trovano un enorme beneficio dai trattamenti conservativi come la fisioterapia e la terapia manuale che evitano di ricorrere all’utilizzo di farmaci o peggio all’intervento chirurgico.

 

Mouse shoulder (o spalla dell’impiegato)  è il termine anglosassone per descrivere una serie di disturbi specifici a carico del cingolo scapolare (spalla/scapola) e del collo, che colpiscono le persone che utilizzano il computer per molte ore al giorno.

spalla_impiegato_01Oltre ad essere una condizione che peggiora la qualità di vita dell’individuo ha una ricaduta importante sui costi sociali legati alle ore di assenza dal lavoro e ai costi relativi alla spesa sanitaria (negli Stati Uniti si stima che questo ha una ricaduta economica di circa 50 miliardi di dollari l’anno).

Le cause

Di solito è un dolore che colpisce un lato del collo e si irradia sulla spalla e può arrivare alla mano, è descritto come un bruciore o un dolore profondo. Senza i dovuti accorgimenti può durare per settimane o mesi e se cronicizza  basta un’ora circa di uso del computer (del mouse) per scatenare la sintomatologia.

Il cingolo scapolare è una zona che oggi è esposta a problematiche frequenti, dovute a fattori ambientali, posturali, da sovraccarico o traumi. È una struttura che riveste un importante significato sia funzionale sia comportamentale e di relazione con l’ambiente che ci circonda.

A proposito del rapporto funzionale tra spalla e rachide cervicale abbiamo una serie di relazioni che legano queste due zone anatomiche:

  • Meccanica: la spalla si articola con la zona toracica attraverso la clavicola ed è “sospesa” al collo attraverso numerosi muscoli e fasce.
  • Neurologica: il plesso cervicale e quello brachiale sono dei “gruppi” di nervi che fuoriescono dalle vertebre cervicali e arrivano ad innervare numerose strutture anatomiche in intima relazione con la spalla.
  • Fluidica: così come fanno i nervi, importanti strutture vascolari passano alla base del collo e salgono verso la cervicale o verso la spalla.

spalla_impiegato_02Se invece ragioniamo secondo schemi più globali ci rendiamo conto di come la spalla e la cervicale siano coinvolte reciprocamente e contemporaneamente in problematiche relative a tensioni e scompensi di catene miofasciali più complesse.

La postura

Un esempio è lo schema posturale detto “upper crossed sindrome”, in cui aumenta la cifosi dorsale e la testa si sposta in avanti con uno squilibrio muscolare evidente tra catene anteriori e posteriori.

Se pensiamo a quante ore passiamo davanti agli schermi dei PC, dei tablet o degli smartphone, ci rendiamo conto di come schemi posturali alterati vengano costantemente alimentati.

In questi casi il fattore tempo è determinante, ovvero, non conta “in che posizione mi metto” ma quanto tempo ci sto in quella posizione.

Quando si sta davanti al PC di solito si tiene il mouse lontano dal corpo.

I muscoli tra il collo e la spalla pian piano si contraggono per sostenere il peso del braccio, mentre quelli che tengono in posizione l’omero nell’articolazione tendono ad indebolirsi. Si capisce come tenere tale posizione per molte ore provoca sicuramente dei problemi.

Tenere il mouse costringe i muscoli del collo e del torace a sostenere il peso del braccio.

I sintomi

I sintomi più comuni della “spalla dell’impiegato” sono:

  • Dolore alla spalla con la quale si usa il mouse con sensazione di bruciore
  • Rigidità e dolore nella zona dorsale e attorno alle scapole
  • Dolore che si irradia alla mano con formicolio
  • Dolore al polso
  • Contratture muscolari diffuse o specifiche
  • Perdita di forza alla mano
  • Cefalea
  • In alcuni casi si possono formare delle cisti tendinee attorno al polso

La diagnosi

Dato che l’origine muscolare è sicuramente una delle cause, l’esame clinico rivela punti dolorosi e zone di tensione su muscoli come il trapezio, deltoide, sopraspinoso, elevatore della scapola, muscoli paraspinali e romboidi.

I test di mobilità ci mostrano una perdita di movimento della zona dorsale media e alta (soprattutto in flessione ed estensione) e della colonna cervicale (in rotazione). Saranno presenti disfunzioni specifiche su determinate vertebre sia dorsali che cervicali.

Le costole alte risultano meno mobili a causa della tensione dei muscoli anteriori del collo, spesso questo è responsabile dei formicolii al braccio o della sensazione di mano gonfia.

I test sulla spalla possono essere positivi rispetto a condizioni di tendinosi da sovraccarico (vanno sempre svolti per verificare se ci sono eventuali lesioni tendinee pregresse) o comunque mostrare limitazioni articolari.

Dato che i muscoli attorno all’articolazione sono costantemente in tensione, perderanno la loro efficacia nelle loro funzioni di stabilizzatori articolari per assicurarne il corretto movimento.

Il trattamento

Il trattamento farmacologico si è dimostrato utile solo per gestire la situazione temporaneamente (per qualche ora) e risulta un rimedio esclusivamente sintomatico.

L’approccio fisioterapico/osteopatico invece può fare la differenza nella prognosi di questa condizione patologica. L’obiettivo terapeutico prevede il trattamento di tre zone chiave come la zona toracica e costale alta, il tratto cervicale e l’articolazione della spalla.

Si devono necessariamente normalizzare tutte le disfunzioni articolari delle zone interessate. Le vertebre coinvolte saranno tutte quelle della colonna cervicale e le prime vertebre toraciche (da D1 a D4).

Essendo coinvolte queste vertebre si lavorerà necessariamente anche sulle costole alte.

L’articolazione della spalla va valutata e trattata per quelle che saranno le alterazioni della normale funzione fisiologica.

Il trattamento muscolare e fasciale prevede la gestione delle rigidità e delle tensioni accumulate in modo da rendere i tessuti più elastici.

Spesso il solo trattamento manuale non è sufficiente ad avere risultati sul lungo periodo.

E’ utile quindi programmare con il paziente una serie di esercizi e consigliare dei comportamenti da utilizzare nella vita quotidiana che vedremo nel dettaglio nella seconda parte dell’articolo.

EPICONDILITE – EPITROCLEITE

EPICONDILITE – EPITROCLEITEOggi parliamo di Epicondilite – Epitrocleite. Conosciamola meglio.

Cos’è l’epicondilite?

L’epicondilite è una entesopatia, ossia una problematica a carico di un tendine o un legamento nel punto in cui si inserisce sull’osso. Si parla di epicondilite perché vengono interessati i tendini che si inseriscono sugli epicondili del gomito:

  • Epicondilite laterale
  • Epicondilite mediale (epitrocleite)

Cause e sintomi

Molti autori concordano sul fatto che si tratti di una patologia degenerativa del tendine e non di una infiammazione (quindi il termine tendinite sarebbe improprio), poiché non è rilevata la presenza dei mediatori dell’infiammazione ma si crea un irrigidimento dei vasi capillari che portano il sangue al tendine, quindi la carenza di nutrimento danneggia il tessuto tendineo stesso.

Questo sarebbe dovuto ad un uso eccessivo e ripetuto che genera microtraumi e sovraccarichi o ad un trauma acuto. Più aumenta la durata e l’intensità del dolore e maggiore sarà la proliferazione degli agenti enzimatici che causano la rigidità capillare.

La scarsa vascolarizzazione oltre a generare un danno al tessuto è causa stessa di dolore data la mancanza di apporto sanguigno alle componenti nervose locali.

Concorrono nelle cause anche problemi di origine metabolica sistemica come il diabete (problemi vascolari e neurologici).

A volte può essere un sintomo secondario di patologie a carico dell’articolazione come artrosi importante, lesioni legamentose o intrappolamento del nervo periferico (mediano, ulnare o radiale), quindi sono cause che esulano dal problema tendineo.

I sintomi sono il dolore locale alla palpazione o al movimento, dolore spontaneo che si irradiato sopra o sotto il gomito, deficit delle funzioni articolari o della manualità, a volte gonfiore.

EPICONDILITE LATERALE

EPICONDILITE – EPITROCLEITE 02Conosciuta come ‘’gomito del tennista’’ (il 50% dei tennisti ne soffre), il 95% dei soggetti con epicondilite non gioca a tennis (comune nei violinisti, casalinghe, impiegati). L’incidenza è tra 1% e 3% nella popolazione adulta. Coinvolge la parte esterna del gomito, lì dove si uniscono i tendini estensori del polso.

Il paziente non riesce a stringere la mano forzatamente, a stendere il polso o a ruotare contro resistenza il palmo della mano verso l’alto.

Il dolore è localizzato subito dietro o sotto l’epicondilo (circa 1-2 cm, se più distante probabili altre cause), spesso è urente e irradiato sul dorso della mano. Presente nelle azioni quotidiane come prendere una tazzina di caffè.


EPICONDILITE MEDIALE (EPITROCLEITE)

EPICONDILITE – EPITROCLEITE 03Anche conosciuta come gomito del golfista, coinvolge la parte interna del gomito, dove si inserisce il gruppo dei muscoli flessori del polso.

Meno comune dell’epicondilite, ha però in comune le cause.

Il paziente non riesce a stringere la mano forzatamente, a piegare il polso o a ruotare il palmo verso il basso contro resistenza. Presente nelle azioni quotidiane come afferrare oggetti.

Il dolore maggiore è presente 1-2 cm dall’epitroclea, si può irradiare sulla faccia interna dell’avambraccio o verso l’alto. A volte viene confuso con un tunnel carpale con il quale ha in comune la difficoltà nelle attività manuali. Nelle situazioni croniche il paziente non riesce ed estendere completamente il gomito senza dolore.


La diagnosi dell’epicondilite

La diagnosi si basa sui segni clinici e sui sintomi, può essere supportata da ecografia per valutare lo stato di salute dei tessuti molli e le eventuali alterazioni della loro struttura se la situazione è cronica. La risonanza magnetica è utile per escludere altre cause concomitanti come borsiti o implicazione legamentosa, l’RX ci aiuta a valutare i profili articolari e le eventuali alterazioni strutturali come l’artrosi.

Il trattamento

Il trattamento prevede un lavoro sulla parte muscolare e fasciale affinchè si riducano le forze che sovraccaricano la zona interessata, riducendo la resistenza dei tessuti. Tutte le tecniche che stimolano la vascolarizzazione locale possono essere utili.

L’esercizio terapeutico è necessario per il ripristino della funzione muscolare e articolare, la terapia manuale invece è molto efficace per migliorare l’elasticità dei tessuti e diminuisce le tensioni locali favorendo anche una migliore vascolarizzazione. Il terapista deve essere attento a considerare il meccanismo che crea il sovraccarico non solo a livello locale ma deve valutare il corretto funzionamento delle catene cinetiche muscolari che coinvolgono tutto l’arto superiore compresa la scapola e la zona cervicale e trattare le eventuali disfunzioni.

Fisioterapia gomito del tennista

Il trattamento precoce influisce in maniera determinate sulla progressione della patologia e sui tempi di recupero. Di solito sono problemi che se trattati entro sei settimane dall’esordio dei sintomi hanno una buona prognosi.

tutoreAnche l’utilizzo di FANS o di terapie antinfiammatorie locali può essere utile (nonostante non sia un problema di base infiammatoria) perché vanno a diminuire l’irritazione dei tessuti circostanti che inevitabilmente sono in difficoltà. L’utilizzo di tutori che mettono “a riposo” la giunzione tendinea può avere un’efficacia soggettiva e dipendente dalle attività che il paziente svolge.

Raramente e solo nei casi cronicizzati e che non rispondono ai trattamenti è utile l’utilizzo di docce per immobilizzare l’articolazione. Così come l’utilizzo di corticosteroidi locali (infiltrazioni) sono indicati laddove le terapie conservative non hanno avuto successo.

L’intervento chirurgico è l’ultima ratio nei casi cronici, resistenti ad ogni trattamento con grosse limitazioni funzionali.

 

 

 

Il coccige è l’osso che si trova all’estremità bassa dell’osso sacro con il quale si articola, è composto da 3-5 vertebre fuse tra loro e fornisce l’attacco a numerosi legamenti e muscoli del pavimento pelvico.

Quando il coccige è interessato da problemi irritativi, da sovraccarico o da un trauma avrà origine il dolore, allora parleremo di una Coccigodinia 01condizione dolorosa chiamata coccigodinia, a volte facile da risolvere, altre volte invalidante per il paziente e difficile da affrontare per il professionista della salute.

Attorno all’articolazione tra osso sacro e coccige è presente un gruppo di nervi, il plesso pudendo e la terminazione del tronco del sistema nervoso simpatico, che spesso sono causa di dolori che interessano la zona pelvica.

Il coccige può compiere movimenti minimi di flesso/estensione, la flessione avviene grazie alla contrazione dei muscoli del pavimento pelvico, l’estensione avviene passivamente durante la defecazione ed il parto.

Oltre ai legamenti e ai muscoli del pavimento pelvico, una serie di fasce e di muscoli (importanti come il grande gluteo) lo  circondano.

La sua posizione, le sue caratteristiche anatomiche e biomeccaniche, la connessione con strutture importanti lo predispongono a varie condizioni che possono interferire con la sua integrità.

Coccigodinia 02Circa il 60%-70% dei casi di coccigodinia avviene per traumi, stiamo parlando della caduta “sul sedere”, il dolore solitamente è immediato, altre volte è lieve ma rimane una condizione latente che si manifesta anche dopo 2/3 anni.

Successivamente ad un trauma, oltre all’irritazione dei tessuti si può verificare che il coccige perda il suo normale contatto con il sacro e cambi il suo orientamento normale, parleremo allora di lussazione o sub-lussazione.

Altre cause di coccigodinia possono essere l’eccessiva perdita o l’eccessivo aumento di peso, patologie degenerative articolari, problematiche a carico del pavimento pelvico, fistole sacrali o ascessi.

Le fratture del coccige sono rare. L’irritazione da sovraccarico può essere causa di dolore al coccige, pensiamo alle situazioni in cui la pressione sulla zona è costante come quando si sta troppo tempo seduti soprattutto su superfici inadatte o si fanno sport come il ciclismo o l’equitazione.

In questi casi i tessuti molli che circondano l’osso vanno incontro a microtraumi continui e ad irritazione.

La coccigodinia, senza traumi precedenti, può essere causata da vari fattori, può essere successiva a violenti colpi di frusta o causata da problemi di origine lombo-sacrale (può infatti migliorare con dei trattamenti su questa zona).

Coccigodinia 03L’articolazione fra coccige e osso sacro può andare incontro a processi degenerativi e infiammatori anche cronici, o addirittura borsiti (infiammazione delle borse sierose di scorrimento).

Nelle donne la coccigodinia può essere successiva al parto per cause soprattutto meccaniche e irritative. I soggetti con problemi in zona ano-rettale possono soffrirne a causa dell’irradiazione del dolore.

Sono descritti anche casi di coccigodinia essenziale (senza causa certa) che sono state associate a reazioni psicosomatiche successive ad un lutto o al divorzio.

Ci sono delle situazioni congenite in cui il coccige si trova più in flessione del normale e negli anni questo mal posizionamento può essere causa di dolore.

Il dolore della coccigodinia si manifesta soprattutto quando si sta seduti, quindi quando c’è contatto diretto, si riduce rimettendosi in piedi o riducendo la pressione sulla zona.

Se c’è una lussazione il dolore è presente anche al cambio di posizione o nel rialzarsi dalla sedia. La tosse, gli starnuti, la defecazione o i rapporti sessuali sono tutte situazioni che possono aumentare il dolore.

Coccigodinia 04Molti problemi viscerali come fistole anali, cisti, prostatiti, emorroidi, problemi ginecologici o rettali possono “mimare” un dolore al coccige che non avrà quindi un’origine muscolo-scheletrica.

In fase di valutazione clinica bisogna sempre interrogare il paziente su eventuali problemi correlati per una corretta diagnosi differenziale.

La valutazione prevede la palpazione di tutta l’area per cercare i punti più dolenti, questi di solito si  individuano all’apice del coccige e/o sui tessuti circostanti.

Si valuta sempre il corretto movimento articolare in relazione all’osso sacro e la tensione dei muscoli, dei legamenti e delle fasce che possono essere tesi e accorciati e possono presentare essi stessi punti dolorosi soprattutto sui margini laterali dell’osso.

Per accertare la diagnosi possono essere utili più indagini strumentali che devono comunque essere sempre affiancati da una corretta valutazione clinica.

Le radiografie ci mostrano la corretta posizione del coccige e i suoi rapporti con l’osso sacro.

E’ consigliabile sottoporsi ai raggi X sia in posizione eretta che da seduti, in quest’ultima posizione la lussazione in flessione può risultare più evidente.

La risonanza magnetica può essere utile per escludere problemi che interessano i tessuti circostanti l’osso.

La coccigodinia risponde bene al lavoro manuale. Generalmente il trattamento prevede una serie di tecniche sull’articolazione tra osso sacro e coccige per ridurre le disfunzioni potenziali che ne alterano il movimento.

Nei casi di lussazione o sub-lussazione bisogna ristabilire il normale rapporto articolare altrimenti il problema facilmente diventa cronico, i risultati del trattamento di solito sono immediati e definitivi.

Oltre all’articolazione vengono trattati necessariamente tutti i tessuti attorno compresi i muscoli del pavimento pelvico che facilmente troveremo contratti e accorciati così come una serie di strutture legamentose e fasciali che arrivano sul coccige e che  sono fonte di tensioni, di restrizioni di movimento e che possono essere responsabili del dolore (diretto o irradiato  sugli stessi tessuti circostanti).

Il lavoro riflesso sull’osso sacro è utile a ridurre il segnale doloroso sui nervi che circondano la zona.

È necessario controllare tutte le strutture che hanno a che fare con il bacino (sacro, colonna lombare e anche) perché potremmo trovare la causa o le concause che alimentano la situazione dolorosa.

In alcuni casi è utile consigliare esercizi a casa per il recupero del tono dei muscoli del pavimento pelvico come per esempio gli “esercizi di Kegel”.

Nella fase acuta o sub-acuta è utile consigliare al paziente l’uso di cuscini ad anello da utilizzare sempre quando si sta seduti.

Se al termine di almeno un ciclo di trattamenti manuali la sintomatologia è refrattaria si può associare la terapia fisica con l’uso di ultrasuono o laser terapia, o si consigliano infiltrazioni locali di anestetico o di corticosteroidi.

cefalea feat

Oggi parliamo di cefalea cervicogenica, meglio conosciuta come mal di testa da cervicale.

Cos’è la cefalea cervicogenica?

La cefalea cervicogenica è una sindrome caratterizzata da dolore emicranico cronico che può essere riferito su tutte le strutture ossee e i tessuti molli del cranio e del collo. Spesso si irradia sulle branche trigeminali del viso (1) .

È al terzo posto per incidenza tra le cefalee secondarie. Si stima che ne può soffrire circa il 2.5% della popolazione, con una prevalenza tra i 40 e 50 anni di età e un rapporto donna-uomo di 4:1.

Le condizioni fisiopatologiche e l’origine di tale sindrome è ancora dibattuta, dato che non è chiaro se ciò dipende dalle strutture muscolari, nervose, ossee, articolari e vascolari del collo (o c’è una commistione di cause concomitanti).

Gli studi ci dicono che il 64% circa delle emicranie è accompagnato da dolore cervicale e rigidità muscolare, il 39% riferisce questi sintomi come prodromi (sintomi iniziali), il 31% racconta che permangono anche dopo l’attacco emicranico.

In un altro studio, il 69% dei pazienti ha descritto il dolore come “opprimente”, il 5% “pulsante”, il 17% riferisce senso di pesantezza. Il dolore al collo era unilaterale nel 57% degli intervistati, il 98% dei quali ha riferito che si è verificato dallo stesso lato del mal di testa.

Cause e sintomi

Come in tutte le emicranie spesso si riscontra un alterato atteggiamento della colonna cervicale (e dorsale), alta dolorabilità dei muscoli del collo con presenza di punti molto doloranti al tatto. Nelle fasi avanzate e cronicizzate si confonde o si associa alla cefalea miotensiva (2).

cervicalgia

Essendo coinvolte le strutture del collo, all’origine di queste cefalee può esserci un trauma come per esempio un colpo di frusta, ma queste rappresentano solo una piccola parte.

Il dolore può partire dalla base del collo, dalla zona intermedia o dalle cervicali più alte è si irradia alla base della nuca, nella zona occipitale, all’apice del cranio fino ad arrivare all’occhio.

L’elenco ci descrive meglio la clinica:

  • Dolore unilaterale alla testa o al viso, può occasionalmente essere bilaterale
  • Dolore localizzato alla nuca, alla fronte, attorno all’orecchio o intorno all’occhio
  • Dolore di intensità da moderata a grave
  • Attacchi intermittenti di dolore che può durare da ore a giorni oppure dolore costante con attacchi sovrapposti
  • Il dolore è generalmente profondo e non palpitante, lo può diventare quando gli attacchi si sovrappongono
  • Il dolore alla testa è innescato dal movimento del collo, da posture del collo sostenute o scomode, dalla pressione sulla zona nucale o sulle vertebre più alte; tosse o starnuti possono scatenare dolore
  • I movimenti del collo risultano ridotti o comunque rigidi
  • A volte gli attacchi si associano ai sintomi come nausea, vertigini, fotosensibilità, vista offuscata o lacrimazione

*Modified from Biondi DM: Cervicogenic headache: mechanisms, evaluation,and treatment strategies. J Am Osteopath Assoc. 2000;100(9 Suppl):S7-14

La diagnosi della cefalea cervicogenica

Come per ogni patologia una corretta diagnosi e un’attenta valutazione clinica è importante. I pazienti con cefalea cervicogenica durante la visita manifestano:

  • cefalea 02Alterato atteggiamento del collo e del dorso con limitazione dei movimenti vertebrali.
  • Il mal di testa può essere innescato o riprodotto da movimenti attivi del collo, posizioni passive tenute per qualche secondo soprattutto in estensione o in estensione e rotazione dal lato del dolore.
  • Dolore alla pressione sulle strutture articolari delle cervicali o vicino i nervi occipitali.
  • cefalea trigger pointsAlcuni autori descrivono la presenza dei così detti trigger points (punti grilletto) che si trovano in zona nucale, alla base del collo o attorno alle scapole, questi se premuti irradiano il dolore sulle zone interessate dagli attacchi di cefalea.
  • Non sono presenti segni e sintomi riferibili ad alterazioni neurologiche date dalla compressione delle radici dei nervi cervicali.

Gli esami di diagnostica per immagini (RM, Rx ecc) non confermano la diagnosi di cefalea cervicogenica ma servono ad escludere altre cause.

Gli esami di laboratorio possono essere necessari se c’è il sospetto di artrite reumatoide, lupus, problemi tiroidei ecc, ma che spesso generano altri sintomi associati.

Il trattamento

Il trattamento fisioterapico è considerato il miglior approccio a queste problematiche, e come affermano gli studi, indipendentemente dall’età e sesso del soggetto e dalla cronicità o meno della cefalea, anche nei casi di dolore grave.

Lo scopo naturalmente è quello di ridurre la frequenza degli attacchi e l’intensità del dolore.

cefalea 04Sempre attingendo agli studi scientifici, si appura che il trattamento manuale osteopatico risulta tra i più efficaci, l’approccio sulle articolazioni vertebrali, il lavoro sulle rigidità muscolari il coinvolgimento di più distretti corporei per ristabilire un corretto equilibrio meccanico e posturale ci permette di avere un buon successo sulle cefalee cervicogeniche.

Inoltre inserire degli esercizi propriocettivi e di recupero della mobilità spesso ci dà dei buoni risultati nel mantenimento del beneficio sul lungo periodo.

In supporto al trattamento fisioterapico/osteopatico, soprattutto nei casi cronici, si ricorre all’uso dei farmaci che, a discrezione del medico, vanno dai FANS (antinfiammatori non steroidei), agli antidepressivi, agli antiepilettici, agli analgesici, a volte si associano dei miorilassanti.

Solo raramente si ricorre all’intervento chirurgico, nei casi in cui la situazione articolare vertebrale è talmente compromessa, e naturalmente, quando lo stato di salute del paziente ce lo permette.

Lo scopo di questi articoli è di dare semplici nozioni per aiutare il paziente a comprendere le varie patologie, i loro sintomi e il loro decorso, ciò è importante per potersi orientare e ricorrere alle giuste cure per risolvere al più presto problemi che possono condizionare negativamente la qualità della vita.


(1) Il trigemino è il 5 nervo cranico che parte dal midollo spinale all’altezza delle prime vertebre cervicali e che si irradia con tre branche principali su tutto il viso fornendo innervazione motoria e sensitiva. Particolarmente le fibre sensitive, che quindi trasportano il segnale doloroso, hanno connessione con le radici del plesso nervoso cervicale.
(2) https://andrealostocco.it/cefalea-miotensiva/

MANIPOLAZIONE VERTEBRALE

I pazienti ai quali viene proposto, all’interno di una seduta di terapia manuale, una tecnica che prevede la manipolazione vertebrale hanno reazioni diverse.

Conosciamo la manipolazione vertebrale

MANIPOLAZIONE VERTEBRALENella mia esperienza ho avuto pazienti che sono spaventati da un gesto che sembra apparentemente invasivo, o magari hanno già avuto spiacevoli esperienze con altri colleghi poco attenti o poco esperti, o semplicemente sono poco informati rispetto al tipo di intervento terapeutico e si lasciano convincere dalle dicerie di qualche conoscente o peggio dalle solite fake news che girano nel web.

Poiché è nostro compito quello di far chiarezza per rendere il paziente sempre partecipe dell’atto terapeutico, approfitto prendendo spunto da un bell’articolo[1] trovato su una rivista on-line per fornire notizie che possono essere utili a chi si rivolge agli operatori sanitari che usano la terapia manuale e nello specifico le manipolazioni vertebrali.

Le tecniche di manipolazione vertebrale

Esistono un centinaio di tecniche di manipolazione vertebrale usate dai chiropratici, ce ne sono altrettante sicuramente in ambito osteopatico e inoltre dobbiamo considerare tutte le tecniche di terapia manuale vertebrale in ambito fisioterapico.

La metodologia tecnica è strettamente legata al tipo di formazione che l’operatore ha seguito, al tipo di impronta pratica delle scuole o dei corsi di formazione e alla soggettività di chi esegue la tecnica.

Io ho sempre affermato che non esiste la tecnica perfetta, ma la tecnica è giusta se applicata con criterio clinico e metodologico.

Perché utilizzarla?

MANIPOLAZIONE VERTEBRALELo scopo finale delle tecniche manipolative è quello di recuperare o comunque migliorare la funzione dell’articolazione, in questo caso le articolazioni tra le vertebre, riducendo il dolore e sul lungo periodo l’infiammazione.

L’effetto diretto è quello riflesso sul muscolo che ridurrà la sua rigidità, e sui tessuti attorno all’articolazione stessa che aumenteranno la loro elasticità, con un importante afflusso di sangue attorno alla zona trattata.

Nell’articolo viene riportata la differenza tra manipolazione spinale intesa come una tecnica che prevede l’uso della forza, e la mobilizzazione spinale che prevede un approccio più gentile.

Devo specificare che è una descrizione che non mi piace e non condivido.

La manipolazione spinale DEVE essere una tecnica poco o per niente invasiva, spessissimo il paziente non ha dolore ne fastidio, non si contraddistingue per l’uso della forza ma della velocità di esecuzione e se l’operatore è esperto, spesso anch’essa è caratterizzata da un approccio “gentile”.

“Aiuto…il CRACK!!!”

CrackAlcuni pazienti si fanno spaventare dal caratteristico CRACK che accompagna la tecnica, dobbiamo fare quindi chiarezza anche su questo.

Intanto non è corretto dire che la tecnica è andata a buon fine solo se si sente il crack, quello è esclusivamente un effetto fisico dato dal rilascio di gas (ossigeno, azoto e anidride carbonica) da parte dell’articolazione, tecnicamente di chiama cavitazione.

A volte questo effetto non si ha ma l’input articolare è comunque sempre lo scopo della tecnica.

RamboOltre che dal “rumore” articolare i pazienti sono spaventati da alcune notizie che circolano sui media e che descrivono la tecnica come pericolosa o addirittura mortale (come si vede in qualche film in cui l’eroe super muscoloso annienta tutte le guardie con un colpo ben assestato che SPEZZA il collo), c’è da dire che ormai sono molti gli studi scientifici che dimostrano come sia raro un effetto avverso dato dalla manipolazione spinale, e spesso parliamo di situazioni in cui era preesistente una condizione clinica non nota al paziente e men che meno all’operatore sanitario e che rappresenta una controindicazione alla tecnica.

A proposito di ciò, come qualsiasi applicazione terapeutica, anche la manipolazione spinale avrà le sue indicazioni e le sue controindicazioni che l’operatore deve bene tener presente durante la raccolta dei dati anamnestici che farà al paziente durante il primo incontro.

Mettersi nelle mani giuste

Dott. Andrea Lo Stocco OsteopataUn consiglio importante è sempre quello di rivolgersi a professionisti di cui si può avere la certezza del percorso formativo svolto, tale da rispettare i canoni ufficiali.

Questo oggi si può fare tranquillamente andando a consultare gli elenchi degli ordini professionali o delle associazioni o registri di categoria che sono pubblici.

Un paragone che può sembrare forzato ma che rende l’idea è che anche un chirurgo può essere pericoloso con un bisturi ma se addestrato ad usarlo salva delle vite.

È nostro compito informare sempre i pazienti su quello che andiamo a fare e tranquillizzarli qualora ci fosse la necessità.

Far capire che alcune pratiche o tecniche che apparentemente sembrano pericolose o invasive di fatto non lo sono e soprattutto che sono soltanto una parte di quello che si fa durante una seduta terapeutica.

[1] https://www.spine-health.com/treatment/chiropractic/understanding-spinal-manipulation

 

L’alluce valgo o ‘’sindrome dell’alluce valgo’’ è una patologia che attualmente colpisce circa il 50% delle donne tra i 40 e i 60 anni, il rapporto tra maschi e femmine è di 1 a 10.

Tecnicamente è una deformazione del primo raggio con deviazione dell’alluce verso l’esterno che a volte può passare sopra o sotto il secondo dito. Spesso si associa una rotazione interna della falange, con l’unghia che guarda internamente (di solito la rotazione in età precoce è un fattore predisponente e predittivo) e una deviazione interna del primo metatarso, ovvero l’osso subito sotto la falange.

L’alluce si considera valgo se l’angolo tra la falange e il metatarso disegnano un angolo aperto all’esterno superiore ai limiti fisiologici (5°-10°), la cui ampiezza, proporzionale alla gravità della deformità, consente di suddividere la deformità stessa in tre livelli di gravità:

  • 1° grado o lieve < 25°
  • 2° o medio 25° < 40°
  • 3° o grave > 40°.

Alluce valgo 01

Una volta avviata la deformazione dell’osso il gioco muscolare nel tempo può peggiorare la situazione data la complessa architettura del piede, ovvero ogni volta che i muscoli si contraggono, particolarmente il flessore dell’alluce, asseconda la deviazione peggiorandola.

Alluce valgo 02

L’articolazione alla base del dito, la metatarso-falangea, va incontro a lussazione progressiva, ovvero si perderanno i normali rapporti articolari.

Questa condizione porta ad una infiammazione recidivante dei tessuti molli che circondano l’articolazione. Per prima la capsula articolare, secondariamente a causa del contato con le calzature, la sporgenza della testa del metatarso provocherà una borsite che spesso è la causa principale del dolore.

Alluce valgo 03

Il protrarsi della problematica genera a livello articolare l’istaurarsi di artrosi che insieme all’irritazione nel nervo sottocutaneo accentuano il sintomo doloroso. Al dolore nella zona dell’articolazione si associa a spesso una severa metatarsalgia.

È ovvio che la limitazione funzionale, e quindi la difficoltà a camminare, spesso diventano invalidanti per la normale quotidinaità.

Alluce valgo 04Nei casi più gravi si nota una modificazione dell’architettura del piede, sia della sua parte posteriore (retropiede) che nel mediopiede con il crollo dell’arco plantare.

La deformazione dell’alluce può accompagnarsi oppure essere responsabile della deformazione del secondo dito.

Cause:

Le cause più comuni includono fattori ereditari, piede piatto, iperlassità legamentosa, alluce lungo. A volte già nelle ragazze in età adolescenziale è evidente la predisposizione alla deformazione del primo metatarso.

Tra le cause acquisite sicuramente avremo l’aumento di peso e l’uso di calzature non idonee (troppo strette).

Anche alcuni sport possono predisporre a questa condizione come la danza, la corsa o l’arrampicata.

Patologie come l’artrite reumatoide, la gotta, malattie del connettivo o malattie neurologiche possono causare un alluce valgo secondario.

Diagnosi:

La diagnosi è facile e immediata per le caratteristiche cliniche della patologia come la deformazione o la presenza della borsite. L’utilizzo di diagnostica strumentale come i raggi x è utile per valutare il grado di deformazione e indirizzare il trattamento.

Alluce valgo 05

Trattamento:

Alluce valgo 06Il trattamento è innanzitutto preventivo, in età precoce se si manifestano i primi segni di alterazione della forma articolare, soprattutto se c’è familiarità, sarebbe utile cominciare con un programma di esercizio terapeutico che consiste in una serie di lavori mirati al riequilibrio delle forze che agiscono sulla struttura del piede, esercizi di rinforzo o di allungamento per normalizzare le catene muscolari, esercizi propriocettivi per recuperare la normale attivazione dei meccanismi autonomi durante lo schema del passo e durante la stazione eretta. È importante associare dei trattamenti di terapia manuale per assicurare una buona mobilità a tutte le strutture coinvolte.

Alluce valgo 07In età adulta ai primi segni di alterazione della forma articolare o ai primi sintomi dolorosi si dovrebbe cominciare con il trattamento conservativo. Oltre all’esercizio terapeutico come prima descritto e alla terapia manuale, sarebbe utile associare della terapia fisica strumentale (ultrasuono, laser) che vada ad agire sull’infiammazione della borsa e dell’articolazione in modo da diminuire precocemente la sintomatologia dolorosa. Integrare con la terapia infiltrativa è utile nei casi in cui la borsite non risponde agli altri trattamenti. Un programma di esercizi domiciliari da svolgere sul lungo periodo è utile per un buon mantenimento (rimando all’articolo https://andrealostocco.it/i-migliori-esercizi-per-la-salute-del-piede).

L’utilizzo di ortesi come plantari specifici o ausili sanitari come distanziatori a volte può essere indicato per alleviare i sintomi.

Il trattamento conservativo mira primariamente alla riduzione del dolore ma non ha un’azione definitiva sulla deformazione, nei casi i cui i dolori diventano invalidanti si può prendere in considerazione il trattamento chirurgico. Si dispone di numerose tecniche chirurgiche (sono descritte circa 100 tecniche sia sui tessuti molli che sull’osso) che si adattano a ogni caso particolare.

Successivamente all’intervento chirurgico è sempre necessario l’intervento fisioterapico per risolvere tutti i problemi legati alla cicatrice, alla mobilità articolare e al recupero della forza, oltre che a scongiurare esiti sfavorevoli post-chirurgici come l’alluce rigido (che merita una descrizione a parte).

ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE feat

Prendendo spunto da un interessante articolo propongo una serie di esercizi utili per migliorare la salute dei vostri piedi, in una stagione come l’estate, in cui è anche piacevole camminare a piedi nudi o farsi lunghe passeggiate al parco o in montagna.

A volte però le vostre articolazioni o i vostri muscoli possono essere messi a dura prova provocando fastidiosi problemi.

Praticare frequentemente i giusti esercizi, per migliorare la forza e la flessibilità dei muscoli o dei tessuti molli, e ottimizzare il movimento articolare incide positivamente sulla buona salute del piede fornendo il giusto supporto e influenzando positivamente l’attività quotidiana di ogni individuo.

Non entrerò troppo nel merito, ma trascurare la salute dei piedi, spesso significa incorrere in problemi che si possono riflettere su altre articolazioni come conseguenza di un alterato equilibrio durate il passo o la stazione eretta

Gli esercizi qui proposti sono di facile e comprensibile riproduzione e non necessitano di attrezzature particolari, possono quindi entrare a far parte di una normale routine di esercizio periodico.

  1. MIGLIORARE LA FLESSIBILITÀ GENERALE

In una comoda posizione seduta tenere i talloni ben aderenti al suolo e in maniera alternata sollevare tutte le punte dei piedi e arricciarle verso il pavimento. Questo migliora la flessibilità delle dita, della fascia plantare e dei muscoli posteriori del polpaccio.                   ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 01

  1. STRETCHING DELL’ALLUCE

Da seduti accavallare una gamba all’altra e con la mano afferrare l’alluce e stirarlo sia verso la pianta del piede che verso il dorso. La rigidità dell’alluce può provocare problemi durante la deambulazione che possono ripercuotersi anche sulle articolazioni lontane come l’anca.                    ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 02

  1. ALLUNGARE LE DITA DEI PIEDI

Si procede allo stesso modo dell’esercizio precedente, devo afferrare però tutte le dita contemporaneamente.

ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 03

  1. APRIRE LE DITA DEI PIEDI

Da seduti con i talloni ben aderenti al pavimento aprire bene le dita dei piedi distanziandole il più possibile. Questo esercizio migliora la mobilità articolare, la forza dei muscoli intrinseci e l’appoggio plantare, influenzando positivamente tutti i recettori posturali presenti in gran numero sulle dita e nel piede.

ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 04

  1. ARRICCIARE LA PUNTA

Da seduti arricciare le dita in modo da ‘’raccogliere’’ un asciugamano che abbiamo messo precedentemente sotto la pianta del piede. L’effetto è lo stesso dell’esercizio precedente agendo più specificatamente sulla fascia plantare.

ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 05

  1. CAMMINARE A PIEDI NUDISULLA SABBIA (O SU UN PRATO)

Camminare a piedi nudi sulla sabbia o su un prato è un ottimo esercizio sia per rinforzare che per ammorbidire la muscolatura dei piedi e dei polpacci. Vanno però fatte delle considerazioni che potete trovare nel seguente articolo: https://andrealostocco.it/e-arrivata-lestate-si-cammina-a-piedi-nudi-o-no/

ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 06

  1. MASSAGGIO PLANTARE

Con l’utilizzo di una pallina da tennis o degli appositi cilindri si fa un massaggio della fascia plantare facendoli scorrere dalla punta del piede al tallone (particolarmente indicato nei casi di fascite plantare). Questo lavoro distende i muscoli e le fasce plantari oltre a dare uno stimolo propriocettivo importante.

ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 07

A questi esercizi si deve aggiungere una sessione di stretching di tutti i muscoli principali dell’arto inferiore.

Questa sequenza è adatta ad ogni età e ad ogni situazione essendo esercizi non invasivi e per niente sovraccaricanti, ma il mio consiglio e quello di rivolgersi sempre al proprio terapista qualora ci fossero dubbi o incertezze e soprattutto se insorgono fastidi o dolori. Sarà compito del fisioterapista mettere a punto una sequenza che più sia adatta alle vostre esigenze.

[1] https://www.medicalnewstoday.com/articles/320964

 

Siamo in estate, ed è piacevole finalmente camminare a piedi nudi senza calzature che li avvolgono costantemente.

È gradevole stare scalzi dentro le nostre abitazioni (godendoci magari un pò di fresco del pavimento), su un prato d’erba o sulla sabbia di una spiaggia.

Ma cosa dice la scienza riguardo al camminare a piedi nudi?

Fa sempre bene?

È utile per i nostri figli in modo da favorire il giusto sviluppo muscolo-scheletrico delle articolazioni degli arti inferiori?

Fa bene fare sport scalzi?

Cerchiamo di fare un pò di chiarezza e magari fugare qualche dubbio.

Il piede

piedi nudi 01 Il piede è formato da 30 ossa che tra loro si articolano in un complesso sistema che comprende strutture tiranti e strutture stabilizzanti.

Proprio grazie a questa architettura il sistema articolare del piede basta a se stesso.

Nei secoli passati la l’uomo ha avuto la necessità di coprire i piedi a causa delle asperità del terreno che calpestava o per coprirsi dal freddo.

Oggi l’uso di calzature è una normale abitudine, ma spesso queste rispondono principalmente a dei canoni legati alla moda e non sempre rispettano le regole del comfort.

È un’idea comune quella di ritenere che camminare a piedi nudi sia benefico per lo sviluppo motorio e la biomeccanica del piede stesso, ma in base all’età ed alle condizioni fisiche e di salute del soggetto può essere la causa di patologie o di lesioni[1].

La struttura del piede cambia gradualmente durate la crescita e di conseguenza la sua funzione.

Nei bambini

Quello che è considerato normale quando si è giovani può essere fonte di patologie quando si è più avanti con l’età e viceversa (per esempio i bambini formano l’arco plantare entro i primi 10/12 anni di vita per cui una tendenza al piede piatto da piccoli è normale).

piedi nudi 02È importante da bambini abituare il piede a calpestare delle superfici sempre diverse (sabbia, erba, terra ecc.) per far adattare la struttura del piede alle varie caratteristiche del terreno e per uno sviluppo ottimale della struttura muscoloscheletrica del piede.

Ciò aiuta a prevenire patologie podaliche ed è utile a valutarne l’eventuale presenza osservando il bambino mentre cammina (per esempio nel caso di retrazione del tendine d’Achille o problemi morfo-disfunzionali).

Inoltre è un ottimo stimolo per il giusto sviluppo di tutte quelle vie recettoriali sensitive che fanno del piede un fondamentale “organo di senso”.

In età adulta

Nell’adulto la camminata a piedi nudi sarebbe da sconsigliare nel caso in cui c’è la presenza di patologie specifiche o di sovrappeso, l’uso di calzature flessibili, piatte, leggere e non costrittive sarebbe da consigliare.

Una calzatura con una suola piatta riduce del 24% la pressione sulla pianta del piede mentre una soletta anatomica lo abbatte del 44%.

piedi nudi 03I soggetti che presentano lassità legamentosa congenita o instabilità secondaria ad altre patologie potrebbero avere difficoltà a camminare scalzi a causa di una carente tenuta dell’arco plantare o dell’iperestensione del ginocchio.

Questo alla lunga può rappresentare una fonte di ulteriori problematiche ascendenti.


piedi nudi 04Il carico sulle varie ossa del piede deve essere distribuito nelle giuste proporzioni, nella fase di appoggio su entrambi i piedi, quando appoggiamo su un solo piede e quando “spingiamo” per fare un passo.

Un’alterazione di questo equilibrio potrebbe sovraccaricare delle strutture non adatte a tale compito, pensiamo per esempio alle metatarsalgie (dolore alla base delle falangi, soprattutto quando siamo in piedi), in cui il carico si concentra esclusivamente su una piccola superficie.


Attività fisica a piedi nudi

Diverso è se parliamo invece di attività fisica a piedi nudi.

Quasi tutti gli studi scientifici che trattano l’argomento ne misurano gli effetti sul breve termine, mentre degli esiti sul lungo periodo se ne sa ancora poco.

Affermare quindi che la camminata o la corsa a piedi nudi abbia degli effetti benefici soprattutto a distanza di tempo non è tutt’oggi certo, così come non è possibile affermare che sia dannoso.

Rimane un argomento controverso che si presta ad ulteriori dibattiti e che necessita di successive ricerche ed approfondimenti.

Alcuni approfondimenti

Sono molti gli elementi discordanti:

  • La velocità della camminata e la presenza di problematiche preesistenti spesso non viene presa in considerazione, e questo crea confusione sui risultati finali degli studi.
  • Camminare a piedi nudi crea un impatto maggiore sul terreno e questo crea una forza di “contraccolpo” dal suolo verso il piede. Non è stato chiarito però se questa sia la causa di eventuali infortuni o sovraccarico.
  • La cute della pianta del piede di chi abitualmente cammina scalzo è spessa e dura. Questo forse spiega perché la distribuzione del carico plantare è migliore, ma non essendo stata considerata la velocità della camminata non si può fare chiarezza al riguardo.
  • Camminare scalzi su superfici non regolari può favorire la formazione di callosità o lesioni cutanee che alla lunga possono essere fonte di dolore e quindi di distribuzione anomala del carico, oltre che di eventuali infezioni cutanee.
  • Alcuni dati riportano che la morfologia del piede può modificarsi a favore di un piede più ampio se si cammina troppo scalzi, ma non viene presa in considerazione l’eventuale lassità legamentosa o il pesò del soggetto. Camminare scalzi però tende a rinforzare i muscoli intrinseci del piede.
  • È stato spesso discusso se l’uso di calzature, soprattutto se strette, può essere causa di alluce valgo, ma recenti studi hanno determinato che questo è solo uno dei fattori predisponenti, in alcune tribù primitive che non usano calzature sono stati comunque riscontrati dei casi di alluce valgo.
  • Ci sono scarse evidenze che confermano che l’abitudine a stare scalzi fin da piccoli riduca il rischio di piedi piatti, anche se una ricerca fatta confrontando gli adulti africani (più abituati a camminare scalzi) rispetto agli europei afferma che i primi hanno archi plantari più alti dei secondi.
  • Gli atleti di alto livello che sono abituati a gareggiare scalzi (pensiamo ai maratoneti) non sembrano avere perfomance migliori di chi invece gareggia con le calzature.
  • Gareggiare scalzi fa aumentare drasticamente il carico sull’avampiede e questo può predisporre a fratture metatarsali da stress. Nonostante sembra non esserci relazione diretta con altri tipi di infortuni.

Per quanto riguarda gli effetti sul breve periodo gli studi ci dicono che sia negli adulti che nei bambini l’attività fisica frequente, particolarmente la corsa, praticata a piedi nudi potrebbe favorire l’esordio di patologie articolari anche a distanza (come per esempio nel ginocchio), anche se è dimostrato che favorisce il minor dispendio di energia.

Patologie e benefici della camminata a piedi nudi

Da un punto di vista clinico alcune patologie sembrano beneficiare della camminata a piedi nudi (particolarmente quelle a carico del ginocchio come le tendiniti, il sovraccarico dei muscoli posteriori della coscia e la fascite plantare), mentre in altri casi è utile camminare con le calzature (nel caso di tendinite del tendine d’Achille o a carico dei tendini del polpaccio).

In definitiva dalla letteratura scientifica attualmente presente non è possibile giungere a conclusioni definitive.

Alcuni testi anche autorevoli incoraggiano a stare scalzi e camminare su superfici diverse altri invece consigliano di indossare le calzature anche quando siamo in casa.

Alla luce di quello che è stato descritto precedentemente possiamo affermare che una risposta definitiva non c’è. Come spesso succede i medicina ogni singolo caso va valutato in maniera specifica.

Camminare scalzi può essere utile (soprattutto quando parliamo di bambini o soggetti giovani), ma attenzione a quelle situazioni in cui c’è la presenza o la tendenza a soffrire di patologie a carico del piede.

piedi nudi 05Scegliere la calzatura adatta

La vita moderna ci “impone” l’uso delle calzature, soprattutto perché spesso calpestiamo superfici non adatte per camminare scalzi.

Non siamo quindi abituati a camminare scalzi, e quando lo facciamo senza la giusta gradualità possono presentarsi problemi dati dal sovraccarico articolare improvviso o problemi a carico dei tessuti.

È ovvio che le calzature che si utilizzano devono essere sempre comode e confortevoli e se a volte si cede alle “necessità modaiole” (come le scarpe con il tacco o particolarmente strette) deve essere un’eccezione e non la regola.

La buona salute del piede dipende spesso anche da una condotta igienica corretta:

  • È buona regola tenere sempre il piede asciutto, il piede umido o bagnato rende la cute più fragile ed esposta all’ingresso di batteri o funghi.
  • Evitare di camminare scalzi se si hanno tagli, escoriazioni, irritazioni di vario genere, micosi.
  • Utilizzare sempre prodotti adatti e certificati (smalti, creme ecc.), quelli di scarsa qualità possono provocare reazioni cutanee o irritazioni.
  • Se si è esposti al sole utilizzare sempre una crema che protegge dai raggi ultravioletti, così come si fa per le altre zone cutanee esposte.

[1] Hollander K, Heidt C, VAN DER Zwaard BC, Braumann KM, Zech A. Long-Term Effects of Habitual Barefoot Running and Walking: A Systematic Review. Med Sci Sports Exerc. 2017;49(4):752-762. doi:10.1249/MSS.0000000000001141

reflusso gastro-esofageo e terapia manuale feat

reflusso gastro-esofageo e terapia manuale feat

Oggi parleremo del reflusso gastro-esofageo e di come la terapia manuale possa rappresentare un valido contributo al suo trattamento.

Come si manifesta il reflusso gastro-esofageo?

Il reflusso coinvolge il contenuto dello stomaco che invece di proseguire verso l’intestino tenue (il duodeno), risale verso l’esofago. I succhi gastrici hanno una concentrazione molto acida e questo irrita le pareti esofagee che non sono ricoperte da uno strato muscoso che le protegge, così come avviene invece in ambiente gastrico.

Fisiologicamente la risalita dei succhi gastrici è impedita da uno sfintere, il cardias, che si apre nel passaggio del bolo alimentare e si richiude proprio per evitare il reflusso.

reflusso gastro-esofageo e terapia manuale 02Gli studi sulle cause del RGE concordano su quelli che sono i fattori chiave che generano tale condizione, sicuramente va considerata l’incontinenza (quindi l’incapacità di contrarsi in maniera efficace) del cardias.

Il motivo può essere dovuto all’incapacità diretta di questa valvola di chiudersi ed aprirsi in maniera corretta, o indirettamente causata da una inibizione del diaframma, l’esofago infatti perfora in muscolo diaframma prima di entrare nella cavità addominale, quindi è estremamente soggetto ai cambiamenti della normale funzione del principale muscolo della respirazione.

Altro fattore importante è il gradiente di pressione tra la cavità addominale e quella toracica, lo squilibrio di queste pressioni è alterato per esempio dall’obesità, da patologie addominali (che coinvolgono altri visceri), dalla posizione seduta protratta nel tempo (la posizione seduta aumenta la pressione addominale, soprattutto se utilizzano cinture o abiti stretti, e questo aumenta la spinta pressoria verso l’alto quindi verso il torace).

I sintomi del reflusso gastro-esofageo

I sintomi sono vari e possono essere comuni anche ad altre patologie, quindi in prima battuta possono trarre in inganno il clinico.

reflusso gastro-esofageoTra questi abbiamo:

  • Rigurgito e/o bruciore retrosternale
  • Dolore alla bocca dello stomaco o irradiato sul torace (e spesso anche al collo e al dorso)
  • Tosse secca
  • Laringite
  • Singhiozzo
  • Gonfiore addominale
  • Respiro sibilante
  • Nausea post prandiale (vomito)
  • Sensazione di asma
  • Erosione dentale

La diagnosi

gastroscopiaLa diagnosi del medico di base o dello specialista si basa sulla raccolta dei sintomi e segni clinici e si può avvalere di indagini strumentali come la PH-metria per misurare l’eventuale iperacidità dell’ambiente gastrico ed esofageo, la gastroscopia si utilizza invece per valutare lo stato irritativo della mucosa esofagea e gastrica, la presenza o meno di erosioni o di ernie iatali che spesso sono associate al RGE.

Il trattamento del reflusso gastro-esofageo

La terapia consiste in prima battuta nel cambiare le abitudini igienico-sanitarie del paziente (alimentazione, situazioni di stress emotivo, eccessivo utilizzo di farmaci come gli antinfiammatori, ecc) eliminando quindi gli eventuali fattori di rischio e poi valutare o meno l’utilizzo di farmaci specifici.

Oggi l’utilizzo di nuovi approcci terapeutici ha preso sempre più piede, la psicoterapia ne è un esempio come la neuromodulazione o la terapia cognitivo-coportamentale, non ultima la terapia manuale può essere di grande aiuto a di supporto alla terapia farmacologica ed eventualmente alla riduzione di questa.

La terapia manuale

I dati scientifici rispetto all’utilizzo della terapia manuale come rimedio al RGE sono molto confortanti soprattutto per quella che è la riduzione dei sintomi e questo già può avere un impatto estremamente positivo sul miglioramento della qualità di vita del paziente.

Gli ultimi studi parlano di un miglioramento medio del 37% dopo una settimana e del 73% dopo un mese (in base alla problematica le sedute di solito sono una o due a settimana).

Inizialmente è bene continuare la eventuale terapia farmacologica e poi confrontarsi con il medico di riferimento per una riduzione o sospensione.

Ma come può la terapia manuale aiutare a gestire una patologia che riguarda i visceri?

I visceri come ogni altra struttura del corpo è avvolta da elementi anatomici che li sostengono, che li rendono più o meno stabili o più o meno mobili a seconda delle proprie funzioni o necessità, sono raggiunti da numerosi vasi sanguigni e sono drenati da altrettanti vasi, per non parlare della struttura muscolare che gli avvolge e del sistema nervoso che ne gestisce le funzioni.

Con la terapia manuale si può lavorare su queste strutture affinchè il viscere migliori le sue funzioni e ritrovi la sua normale fisiologia.

terapia manualeIn particolar modo, rispetto al RGE il trattamento (che deve essere sempre modifica e personalizzato in base al paziente) prevede:

  • Liberare le tensioni muscolari e legamentose della colonna cervicale e dorsale in prima battuta e successivamente della zona lombare e del bacino.
  • Migliorare la mobilità della gabbia toracica, particolarmente della zona attorno alla bocca dello stomaco, quindi lo sterno e i bordi costali bassi.
  • Allentare tutte le tensioni del torace a carico delle strutture fasciali e legamentose.
  • Gestire la funzionalità del diaframma, in quanto muscolo va valutato e tratta la sua tensione o la sua poca efficacia.
  • Allentare le tensioni a carico dello sfintere gastro-esofageo (cardias) per impedire il reflusso verso l’alto dei succhi gastrici, allentare le tensioni dello sfintere gastro-duodenale (piloro) per facilitare lo svuotamento dello stomaco.
  • Migliorare tutta la mobilità dell’area gastrica e del duodeno.
  • Regolare tutto il sistema di gestione delle pressioni tra addome e torace.
  • Inibire o stimolare il sistema nervoso autonomo, che è quello che gestisce di fatto la funzione dei visceri e regola tutte le attività autonome dell’organismo come la circolazione.

Questo tipo di trattamento è ben tollerato dai pazienti, non essendo per niente invasivo, inoltre può essere risolutivo di altre problematiche che oggi sono molto frequenti come le cervicalgie o le dorsalgie.