L’alluce valgo o ‘’sindrome dell’alluce valgo’’ è una patologia che attualmente colpisce circa il 50% delle donne tra i 40 e i 60 anni, il rapporto tra maschi e femmine è di 1 a 10.

Tecnicamente è una deformazione del primo raggio con deviazione dell’alluce verso l’esterno che a volte può passare sopra o sotto il secondo dito. Spesso si associa una rotazione interna della falange, con l’unghia che guarda internamente (di solito la rotazione in età precoce è un fattore predisponente e predittivo) e una deviazione interna del primo metatarso, ovvero l’osso subito sotto la falange.

L’alluce si considera valgo se l’angolo tra la falange e il metatarso disegnano un angolo aperto all’esterno superiore ai limiti fisiologici (5°-10°), la cui ampiezza, proporzionale alla gravità della deformità, consente di suddividere la deformità stessa in tre livelli di gravità:

  • 1° grado o lieve < 25°
  • 2° o medio 25° < 40°
  • 3° o grave > 40°.

Alluce valgo 01

Una volta avviata la deformazione dell’osso il gioco muscolare nel tempo può peggiorare la situazione data la complessa architettura del piede, ovvero ogni volta che i muscoli si contraggono, particolarmente il flessore dell’alluce, asseconda la deviazione peggiorandola.

Alluce valgo 02

L’articolazione alla base del dito, la metatarso-falangea, va incontro a lussazione progressiva, ovvero si perderanno i normali rapporti articolari.

Questa condizione porta ad una infiammazione recidivante dei tessuti molli che circondano l’articolazione. Per prima la capsula articolare, secondariamente a causa del contato con le calzature, la sporgenza della testa del metatarso provocherà una borsite che spesso è la causa principale del dolore.

Alluce valgo 03

Il protrarsi della problematica genera a livello articolare l’istaurarsi di artrosi che insieme all’irritazione nel nervo sottocutaneo accentuano il sintomo doloroso. Al dolore nella zona dell’articolazione si associa a spesso una severa metatarsalgia.

È ovvio che la limitazione funzionale, e quindi la difficoltà a camminare, spesso diventano invalidanti per la normale quotidinaità.

Alluce valgo 04Nei casi più gravi si nota una modificazione dell’architettura del piede, sia della sua parte posteriore (retropiede) che nel mediopiede con il crollo dell’arco plantare.

La deformazione dell’alluce può accompagnarsi oppure essere responsabile della deformazione del secondo dito.

Cause:

Le cause più comuni includono fattori ereditari, piede piatto, iperlassità legamentosa, alluce lungo. A volte già nelle ragazze in età adolescenziale è evidente la predisposizione alla deformazione del primo metatarso.

Tra le cause acquisite sicuramente avremo l’aumento di peso e l’uso di calzature non idonee (troppo strette).

Anche alcuni sport possono predisporre a questa condizione come la danza, la corsa o l’arrampicata.

Patologie come l’artrite reumatoide, la gotta, malattie del connettivo o malattie neurologiche possono causare un alluce valgo secondario.

Diagnosi:

La diagnosi è facile e immediata per le caratteristiche cliniche della patologia come la deformazione o la presenza della borsite. L’utilizzo di diagnostica strumentale come i raggi x è utile per valutare il grado di deformazione e indirizzare il trattamento.

Alluce valgo 05

Trattamento:

Alluce valgo 06Il trattamento è innanzitutto preventivo, in età precoce se si manifestano i primi segni di alterazione della forma articolare, soprattutto se c’è familiarità, sarebbe utile cominciare con un programma di esercizio terapeutico che consiste in una serie di lavori mirati al riequilibrio delle forze che agiscono sulla struttura del piede, esercizi di rinforzo o di allungamento per normalizzare le catene muscolari, esercizi propriocettivi per recuperare la normale attivazione dei meccanismi autonomi durante lo schema del passo e durante la stazione eretta. È importante associare dei trattamenti di terapia manuale per assicurare una buona mobilità a tutte le strutture coinvolte.

Alluce valgo 07In età adulta ai primi segni di alterazione della forma articolare o ai primi sintomi dolorosi si dovrebbe cominciare con il trattamento conservativo. Oltre all’esercizio terapeutico come prima descritto e alla terapia manuale, sarebbe utile associare della terapia fisica strumentale (ultrasuono, laser) che vada ad agire sull’infiammazione della borsa e dell’articolazione in modo da diminuire precocemente la sintomatologia dolorosa. Integrare con la terapia infiltrativa è utile nei casi in cui la borsite non risponde agli altri trattamenti. Un programma di esercizi domiciliari da svolgere sul lungo periodo è utile per un buon mantenimento (rimando all’articolo https://andrealostocco.it/i-migliori-esercizi-per-la-salute-del-piede).

L’utilizzo di ortesi come plantari specifici o ausili sanitari come distanziatori a volte può essere indicato per alleviare i sintomi.

Il trattamento conservativo mira primariamente alla riduzione del dolore ma non ha un’azione definitiva sulla deformazione, nei casi i cui i dolori diventano invalidanti si può prendere in considerazione il trattamento chirurgico. Si dispone di numerose tecniche chirurgiche (sono descritte circa 100 tecniche sia sui tessuti molli che sull’osso) che si adattano a ogni caso particolare.

Successivamente all’intervento chirurgico è sempre necessario l’intervento fisioterapico per risolvere tutti i problemi legati alla cicatrice, alla mobilità articolare e al recupero della forza, oltre che a scongiurare esiti sfavorevoli post-chirurgici come l’alluce rigido (che merita una descrizione a parte).

ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE feat

Prendendo spunto da un interessante articolo propongo una serie di esercizi utili per migliorare la salute dei vostri piedi, in una stagione come l’estate, in cui è anche piacevole camminare a piedi nudi o farsi lunghe passeggiate al parco o in montagna.

A volte però le vostre articolazioni o i vostri muscoli possono essere messi a dura prova provocando fastidiosi problemi.

Praticare frequentemente i giusti esercizi, per migliorare la forza e la flessibilità dei muscoli o dei tessuti molli, e ottimizzare il movimento articolare incide positivamente sulla buona salute del piede fornendo il giusto supporto e influenzando positivamente l’attività quotidiana di ogni individuo.

Non entrerò troppo nel merito, ma trascurare la salute dei piedi, spesso significa incorrere in problemi che si possono riflettere su altre articolazioni come conseguenza di un alterato equilibrio durate il passo o la stazione eretta

Gli esercizi qui proposti sono di facile e comprensibile riproduzione e non necessitano di attrezzature particolari, possono quindi entrare a far parte di una normale routine di esercizio periodico.

  1. MIGLIORARE LA FLESSIBILITÀ GENERALE

In una comoda posizione seduta tenere i talloni ben aderenti al suolo e in maniera alternata sollevare tutte le punte dei piedi e arricciarle verso il pavimento. Questo migliora la flessibilità delle dita, della fascia plantare e dei muscoli posteriori del polpaccio.                   ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 01

  1. STRETCHING DELL’ALLUCE

Da seduti accavallare una gamba all’altra e con la mano afferrare l’alluce e stirarlo sia verso la pianta del piede che verso il dorso. La rigidità dell’alluce può provocare problemi durante la deambulazione che possono ripercuotersi anche sulle articolazioni lontane come l’anca.                    ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 02

  1. ALLUNGARE LE DITA DEI PIEDI

Si procede allo stesso modo dell’esercizio precedente, devo afferrare però tutte le dita contemporaneamente.

ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 03

  1. APRIRE LE DITA DEI PIEDI

Da seduti con i talloni ben aderenti al pavimento aprire bene le dita dei piedi distanziandole il più possibile. Questo esercizio migliora la mobilità articolare, la forza dei muscoli intrinseci e l’appoggio plantare, influenzando positivamente tutti i recettori posturali presenti in gran numero sulle dita e nel piede.

ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 04

  1. ARRICCIARE LA PUNTA

Da seduti arricciare le dita in modo da ‘’raccogliere’’ un asciugamano che abbiamo messo precedentemente sotto la pianta del piede. L’effetto è lo stesso dell’esercizio precedente agendo più specificatamente sulla fascia plantare.

ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 05

  1. CAMMINARE A PIEDI NUDISULLA SABBIA (O SU UN PRATO)

Camminare a piedi nudi sulla sabbia o su un prato è un ottimo esercizio sia per rinforzare che per ammorbidire la muscolatura dei piedi e dei polpacci. Vanno però fatte delle considerazioni che potete trovare nel seguente articolo: https://andrealostocco.it/e-arrivata-lestate-si-cammina-a-piedi-nudi-o-no/

ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 06

  1. MASSAGGIO PLANTARE

Con l’utilizzo di una pallina da tennis o degli appositi cilindri si fa un massaggio della fascia plantare facendoli scorrere dalla punta del piede al tallone (particolarmente indicato nei casi di fascite plantare). Questo lavoro distende i muscoli e le fasce plantari oltre a dare uno stimolo propriocettivo importante.

ESERCIZI PER LA SALUTE DEL PIEDE 07

A questi esercizi si deve aggiungere una sessione di stretching di tutti i muscoli principali dell’arto inferiore.

Questa sequenza è adatta ad ogni età e ad ogni situazione essendo esercizi non invasivi e per niente sovraccaricanti, ma il mio consiglio e quello di rivolgersi sempre al proprio terapista qualora ci fossero dubbi o incertezze e soprattutto se insorgono fastidi o dolori. Sarà compito del fisioterapista mettere a punto una sequenza che più sia adatta alle vostre esigenze.

[1] https://www.medicalnewstoday.com/articles/320964

 

Siamo in estate, ed è piacevole finalmente camminare a piedi nudi senza calzature che li avvolgono costantemente.

È gradevole stare scalzi dentro le nostre abitazioni (godendoci magari un pò di fresco del pavimento), su un prato d’erba o sulla sabbia di una spiaggia.

Ma cosa dice la scienza riguardo al camminare a piedi nudi?

Fa sempre bene?

È utile per i nostri figli in modo da favorire il giusto sviluppo muscolo-scheletrico delle articolazioni degli arti inferiori?

Fa bene fare sport scalzi?

Cerchiamo di fare un pò di chiarezza e magari fugare qualche dubbio.

Il piede

piedi nudi 01 Il piede è formato da 30 ossa che tra loro si articolano in un complesso sistema che comprende strutture tiranti e strutture stabilizzanti.

Proprio grazie a questa architettura il sistema articolare del piede basta a se stesso.

Nei secoli passati la l’uomo ha avuto la necessità di coprire i piedi a causa delle asperità del terreno che calpestava o per coprirsi dal freddo.

Oggi l’uso di calzature è una normale abitudine, ma spesso queste rispondono principalmente a dei canoni legati alla moda e non sempre rispettano le regole del comfort.

È un’idea comune quella di ritenere che camminare a piedi nudi sia benefico per lo sviluppo motorio e la biomeccanica del piede stesso, ma in base all’età ed alle condizioni fisiche e di salute del soggetto può essere la causa di patologie o di lesioni[1].

La struttura del piede cambia gradualmente durate la crescita e di conseguenza la sua funzione.

Nei bambini

Quello che è considerato normale quando si è giovani può essere fonte di patologie quando si è più avanti con l’età e viceversa (per esempio i bambini formano l’arco plantare entro i primi 10/12 anni di vita per cui una tendenza al piede piatto da piccoli è normale).

piedi nudi 02È importante da bambini abituare il piede a calpestare delle superfici sempre diverse (sabbia, erba, terra ecc.) per far adattare la struttura del piede alle varie caratteristiche del terreno e per uno sviluppo ottimale della struttura muscoloscheletrica del piede.

Ciò aiuta a prevenire patologie podaliche ed è utile a valutarne l’eventuale presenza osservando il bambino mentre cammina (per esempio nel caso di retrazione del tendine d’Achille o problemi morfo-disfunzionali).

Inoltre è un ottimo stimolo per il giusto sviluppo di tutte quelle vie recettoriali sensitive che fanno del piede un fondamentale “organo di senso”.

In età adulta

Nell’adulto la camminata a piedi nudi sarebbe da sconsigliare nel caso in cui c’è la presenza di patologie specifiche o di sovrappeso, l’uso di calzature flessibili, piatte, leggere e non costrittive sarebbe da consigliare.

Una calzatura con una suola piatta riduce del 24% la pressione sulla pianta del piede mentre una soletta anatomica lo abbatte del 44%.

piedi nudi 03I soggetti che presentano lassità legamentosa congenita o instabilità secondaria ad altre patologie potrebbero avere difficoltà a camminare scalzi a causa di una carente tenuta dell’arco plantare o dell’iperestensione del ginocchio.

Questo alla lunga può rappresentare una fonte di ulteriori problematiche ascendenti.


piedi nudi 04Il carico sulle varie ossa del piede deve essere distribuito nelle giuste proporzioni, nella fase di appoggio su entrambi i piedi, quando appoggiamo su un solo piede e quando “spingiamo” per fare un passo.

Un’alterazione di questo equilibrio potrebbe sovraccaricare delle strutture non adatte a tale compito, pensiamo per esempio alle metatarsalgie (dolore alla base delle falangi, soprattutto quando siamo in piedi), in cui il carico si concentra esclusivamente su una piccola superficie.


Attività fisica a piedi nudi

Diverso è se parliamo invece di attività fisica a piedi nudi.

Quasi tutti gli studi scientifici che trattano l’argomento ne misurano gli effetti sul breve termine, mentre degli esiti sul lungo periodo se ne sa ancora poco.

Affermare quindi che la camminata o la corsa a piedi nudi abbia degli effetti benefici soprattutto a distanza di tempo non è tutt’oggi certo, così come non è possibile affermare che sia dannoso.

Rimane un argomento controverso che si presta ad ulteriori dibattiti e che necessita di successive ricerche ed approfondimenti.

Alcuni approfondimenti

Sono molti gli elementi discordanti:

  • La velocità della camminata e la presenza di problematiche preesistenti spesso non viene presa in considerazione, e questo crea confusione sui risultati finali degli studi.
  • Camminare a piedi nudi crea un impatto maggiore sul terreno e questo crea una forza di “contraccolpo” dal suolo verso il piede. Non è stato chiarito però se questa sia la causa di eventuali infortuni o sovraccarico.
  • La cute della pianta del piede di chi abitualmente cammina scalzo è spessa e dura. Questo forse spiega perché la distribuzione del carico plantare è migliore, ma non essendo stata considerata la velocità della camminata non si può fare chiarezza al riguardo.
  • Camminare scalzi su superfici non regolari può favorire la formazione di callosità o lesioni cutanee che alla lunga possono essere fonte di dolore e quindi di distribuzione anomala del carico, oltre che di eventuali infezioni cutanee.
  • Alcuni dati riportano che la morfologia del piede può modificarsi a favore di un piede più ampio se si cammina troppo scalzi, ma non viene presa in considerazione l’eventuale lassità legamentosa o il pesò del soggetto. Camminare scalzi però tende a rinforzare i muscoli intrinseci del piede.
  • È stato spesso discusso se l’uso di calzature, soprattutto se strette, può essere causa di alluce valgo, ma recenti studi hanno determinato che questo è solo uno dei fattori predisponenti, in alcune tribù primitive che non usano calzature sono stati comunque riscontrati dei casi di alluce valgo.
  • Ci sono scarse evidenze che confermano che l’abitudine a stare scalzi fin da piccoli riduca il rischio di piedi piatti, anche se una ricerca fatta confrontando gli adulti africani (più abituati a camminare scalzi) rispetto agli europei afferma che i primi hanno archi plantari più alti dei secondi.
  • Gli atleti di alto livello che sono abituati a gareggiare scalzi (pensiamo ai maratoneti) non sembrano avere perfomance migliori di chi invece gareggia con le calzature.
  • Gareggiare scalzi fa aumentare drasticamente il carico sull’avampiede e questo può predisporre a fratture metatarsali da stress. Nonostante sembra non esserci relazione diretta con altri tipi di infortuni.

Per quanto riguarda gli effetti sul breve periodo gli studi ci dicono che sia negli adulti che nei bambini l’attività fisica frequente, particolarmente la corsa, praticata a piedi nudi potrebbe favorire l’esordio di patologie articolari anche a distanza (come per esempio nel ginocchio), anche se è dimostrato che favorisce il minor dispendio di energia.

Patologie e benefici della camminata a piedi nudi

Da un punto di vista clinico alcune patologie sembrano beneficiare della camminata a piedi nudi (particolarmente quelle a carico del ginocchio come le tendiniti, il sovraccarico dei muscoli posteriori della coscia e la fascite plantare), mentre in altri casi è utile camminare con le calzature (nel caso di tendinite del tendine d’Achille o a carico dei tendini del polpaccio).

In definitiva dalla letteratura scientifica attualmente presente non è possibile giungere a conclusioni definitive.

Alcuni testi anche autorevoli incoraggiano a stare scalzi e camminare su superfici diverse altri invece consigliano di indossare le calzature anche quando siamo in casa.

Alla luce di quello che è stato descritto precedentemente possiamo affermare che una risposta definitiva non c’è. Come spesso succede i medicina ogni singolo caso va valutato in maniera specifica.

Camminare scalzi può essere utile (soprattutto quando parliamo di bambini o soggetti giovani), ma attenzione a quelle situazioni in cui c’è la presenza o la tendenza a soffrire di patologie a carico del piede.

piedi nudi 05Scegliere la calzatura adatta

La vita moderna ci “impone” l’uso delle calzature, soprattutto perché spesso calpestiamo superfici non adatte per camminare scalzi.

Non siamo quindi abituati a camminare scalzi, e quando lo facciamo senza la giusta gradualità possono presentarsi problemi dati dal sovraccarico articolare improvviso o problemi a carico dei tessuti.

È ovvio che le calzature che si utilizzano devono essere sempre comode e confortevoli e se a volte si cede alle “necessità modaiole” (come le scarpe con il tacco o particolarmente strette) deve essere un’eccezione e non la regola.

La buona salute del piede dipende spesso anche da una condotta igienica corretta:

  • È buona regola tenere sempre il piede asciutto, il piede umido o bagnato rende la cute più fragile ed esposta all’ingresso di batteri o funghi.
  • Evitare di camminare scalzi se si hanno tagli, escoriazioni, irritazioni di vario genere, micosi.
  • Utilizzare sempre prodotti adatti e certificati (smalti, creme ecc.), quelli di scarsa qualità possono provocare reazioni cutanee o irritazioni.
  • Se si è esposti al sole utilizzare sempre una crema che protegge dai raggi ultravioletti, così come si fa per le altre zone cutanee esposte.

[1] Hollander K, Heidt C, VAN DER Zwaard BC, Braumann KM, Zech A. Long-Term Effects of Habitual Barefoot Running and Walking: A Systematic Review. Med Sci Sports Exerc. 2017;49(4):752-762. doi:10.1249/MSS.0000000000001141

reflusso gastro-esofageo e terapia manuale feat

reflusso gastro-esofageo e terapia manuale feat

Oggi parleremo del reflusso gastro-esofageo e di come la terapia manuale possa rappresentare un valido contributo al suo trattamento.

Come si manifesta il reflusso gastro-esofageo?

Il reflusso coinvolge il contenuto dello stomaco che invece di proseguire verso l’intestino tenue (il duodeno), risale verso l’esofago. I succhi gastrici hanno una concentrazione molto acida e questo irrita le pareti esofagee che non sono ricoperte da uno strato muscoso che le protegge, così come avviene invece in ambiente gastrico.

Fisiologicamente la risalita dei succhi gastrici è impedita da uno sfintere, il cardias, che si apre nel passaggio del bolo alimentare e si richiude proprio per evitare il reflusso.

reflusso gastro-esofageo e terapia manuale 02Gli studi sulle cause del RGE concordano su quelli che sono i fattori chiave che generano tale condizione, sicuramente va considerata l’incontinenza (quindi l’incapacità di contrarsi in maniera efficace) del cardias.

Il motivo può essere dovuto all’incapacità diretta di questa valvola di chiudersi ed aprirsi in maniera corretta, o indirettamente causata da una inibizione del diaframma, l’esofago infatti perfora in muscolo diaframma prima di entrare nella cavità addominale, quindi è estremamente soggetto ai cambiamenti della normale funzione del principale muscolo della respirazione.

Altro fattore importante è il gradiente di pressione tra la cavità addominale e quella toracica, lo squilibrio di queste pressioni è alterato per esempio dall’obesità, da patologie addominali (che coinvolgono altri visceri), dalla posizione seduta protratta nel tempo (la posizione seduta aumenta la pressione addominale, soprattutto se utilizzano cinture o abiti stretti, e questo aumenta la spinta pressoria verso l’alto quindi verso il torace).

I sintomi del reflusso gastro-esofageo

I sintomi sono vari e possono essere comuni anche ad altre patologie, quindi in prima battuta possono trarre in inganno il clinico.

reflusso gastro-esofageoTra questi abbiamo:

  • Rigurgito e/o bruciore retrosternale
  • Dolore alla bocca dello stomaco o irradiato sul torace (e spesso anche al collo e al dorso)
  • Tosse secca
  • Laringite
  • Singhiozzo
  • Gonfiore addominale
  • Respiro sibilante
  • Nausea post prandiale (vomito)
  • Sensazione di asma
  • Erosione dentale

La diagnosi

gastroscopiaLa diagnosi del medico di base o dello specialista si basa sulla raccolta dei sintomi e segni clinici e si può avvalere di indagini strumentali come la PH-metria per misurare l’eventuale iperacidità dell’ambiente gastrico ed esofageo, la gastroscopia si utilizza invece per valutare lo stato irritativo della mucosa esofagea e gastrica, la presenza o meno di erosioni o di ernie iatali che spesso sono associate al RGE.

Il trattamento del reflusso gastro-esofageo

La terapia consiste in prima battuta nel cambiare le abitudini igienico-sanitarie del paziente (alimentazione, situazioni di stress emotivo, eccessivo utilizzo di farmaci come gli antinfiammatori, ecc) eliminando quindi gli eventuali fattori di rischio e poi valutare o meno l’utilizzo di farmaci specifici.

Oggi l’utilizzo di nuovi approcci terapeutici ha preso sempre più piede, la psicoterapia ne è un esempio come la neuromodulazione o la terapia cognitivo-coportamentale, non ultima la terapia manuale può essere di grande aiuto a di supporto alla terapia farmacologica ed eventualmente alla riduzione di questa.

La terapia manuale

I dati scientifici rispetto all’utilizzo della terapia manuale come rimedio al RGE sono molto confortanti soprattutto per quella che è la riduzione dei sintomi e questo già può avere un impatto estremamente positivo sul miglioramento della qualità di vita del paziente.

Gli ultimi studi parlano di un miglioramento medio del 37% dopo una settimana e del 73% dopo un mese (in base alla problematica le sedute di solito sono una o due a settimana).

Inizialmente è bene continuare la eventuale terapia farmacologica e poi confrontarsi con il medico di riferimento per una riduzione o sospensione.

Ma come può la terapia manuale aiutare a gestire una patologia che riguarda i visceri?

I visceri come ogni altra struttura del corpo è avvolta da elementi anatomici che li sostengono, che li rendono più o meno stabili o più o meno mobili a seconda delle proprie funzioni o necessità, sono raggiunti da numerosi vasi sanguigni e sono drenati da altrettanti vasi, per non parlare della struttura muscolare che gli avvolge e del sistema nervoso che ne gestisce le funzioni.

Con la terapia manuale si può lavorare su queste strutture affinchè il viscere migliori le sue funzioni e ritrovi la sua normale fisiologia.

terapia manualeIn particolar modo, rispetto al RGE il trattamento (che deve essere sempre modifica e personalizzato in base al paziente) prevede:

  • Liberare le tensioni muscolari e legamentose della colonna cervicale e dorsale in prima battuta e successivamente della zona lombare e del bacino.
  • Migliorare la mobilità della gabbia toracica, particolarmente della zona attorno alla bocca dello stomaco, quindi lo sterno e i bordi costali bassi.
  • Allentare tutte le tensioni del torace a carico delle strutture fasciali e legamentose.
  • Gestire la funzionalità del diaframma, in quanto muscolo va valutato e tratta la sua tensione o la sua poca efficacia.
  • Allentare le tensioni a carico dello sfintere gastro-esofageo (cardias) per impedire il reflusso verso l’alto dei succhi gastrici, allentare le tensioni dello sfintere gastro-duodenale (piloro) per facilitare lo svuotamento dello stomaco.
  • Migliorare tutta la mobilità dell’area gastrica e del duodeno.
  • Regolare tutto il sistema di gestione delle pressioni tra addome e torace.
  • Inibire o stimolare il sistema nervoso autonomo, che è quello che gestisce di fatto la funzione dei visceri e regola tutte le attività autonome dell’organismo come la circolazione.

Questo tipo di trattamento è ben tollerato dai pazienti, non essendo per niente invasivo, inoltre può essere risolutivo di altre problematiche che oggi sono molto frequenti come le cervicalgie o le dorsalgie.

sindrome del piriforme 01In questo articolo leggiamo quanto sia importante una diagnosi corretta nel diagnosticare la sindrome del piriforme.

Che cos’è la sindrome del Piriforme?

È una condizione dolorosa di tipo neuromuscolare caratterizzata da dolore al gluteo e alla parte posteriore della coscia, dato dalla compressione del nervo sciatico nel suo passaggio dietro al muscolo piriforme che si trova in profondità nel gluteo.

La sintomatologia

La sintomatologia è a carico del nervo sciatico ma l’origine del problema non è da imputare alla colonna lombare o all’osso sacro, si caratterizza appunto per una sciatica così detta “tronca” perché parte dal gluteo ma non scende oltre il ginocchio.

Colpisce di solito nella 4-5 decade di vita, più comune nelle donne.

Diagnosticare la sindrome del piriforme

Se palpata la zona glutea interessata è dolente con dolore locale o irradiato.

Spesso non è riconosciuta o diagnosticata in modo corretto, si stima che circa il 6% dei pazienti a cui è diagnosticata una lombosciatalgia in realtà soffrono di sindrome del piriforme, oppure a volte alcune condizioni patologiche possono mimarne la sintomatologia[1].

sindrome del piriforme 02Ritardare la diagnosi comporta problemi cronici a carico del nervo o delle strutture articolari e muscolari coinvolte.

E’ fondamentale individuare dai segni clinici tale problema e differenziarlo da patologie che colpiscono la radice del nervo all’uscita dalle vertebre lombari, attraverso specifici test è possibile fare una diagnosi differenziale adeguata.

Inoltre alcune problematiche dell’anca possono mimare tale disturbo, e anche qui è fondamentale l’interpretazione dei segni clinici eventualmente supportati dalle indagini radiografiche.

Altre patologie che dobbiamo escludere sono la sacroileite (infiammazione dell’articolazione tra osso sacro e bacino), infiammazioni acute della zona lombare, problemi meccanici a carico delle articolazioni del bacino.

L’uso della diagnostica per immagini è utile solo per fare diagnosi per esclusione perché non c’è nessun segno specifico evidente dalle RX o dalla risonanza che evidenziano una sindrome del piriforme.

Esiste una forma primaria che è causata da anomalie anatomiche a carico del muscolo piriforme o dello sciatico nel suo passaggio nel gluteo.

La forma secondaria invece è conseguente a traumi (caduta sul sedere), microtraumi ripetuti, masse occupanti spazio, o ischemia locale.

Queste cause possono provocare infiammazione dei tessuti, compressione diretta del nervo e carenza della normale vascolarizzazione.

Tra i microtraumi includiamo il sovraccarico funzionale dato per esempio da attività lavorative o sportive che coinvolgono la zona in maniera specifica o creano compensi anomali sul bacino o sull’anca.

sindrome del piriforme 03Sintomi e segni:

  • Dolore se si sta seduti per più di 15/20 minuti
  • Dolore irradiato dal gluteo al ginocchio che si può accompagnare a formicolio o sensazione di scosse elettriche
  • Dolore alla deambulazione (che spesso passa al riposo)
  • Dolore nel rialzarsi dalla sedia
  • Dolore che si può irradiare all’inguine
  • Possibile dolore quando aumenta la pressione addominale (colpo di tosse, starnuto o durante la defecazione)
  • Sensazione di stanchezza muscolare
  • Difficoltà a portare la punta del piede verso l’interno, anca ruotata esternamente quando si sta sdraiati
  • Tensione sulla zona del bacino dal lato del dolore
  • Lieve diminuzione del tono dei muscoli glutei

La diagnosi precoce e quindi il trattamento riduce immediatamente la sintomatologia e nel 79% dei casi si scongiura il ricorso ai farmaci.

Il trattamento

sindrome del piriforme 04Il trattamento manuale e l’esercizio terapeutico sono ottimali come interventi conservativi nell’immediato.

Con il primo, si riduce l’alterazione meccanica a carico delle articolazioni del bacino e dell’anca, si interviene sui muscoli ripristinandone la normale elasticità, si recupera la corretta vascolarizzazione sulla zona e si interviene con delle tecniche specifiche per ridurre l’intrappolamento del nervo.

L’esercizio terapeutico è utile per recuperare il fisiologico tono muscolare e mantiene una corretta mobilità dei distretti anatomici.

Come mantenimento a volte è necessario un percorso di rieducazione posturale spalmato sul lungo periodo (soprattutto per le situazioni croniche) per evitare le ricadute e per avere un effetto duraturo nel tempo.

I pazienti che sono resistenti ai trattamenti devono essere indirizzati al medico specialista per eventuali trattamenti infiltrativi di solito a base di steroidi o lidocaina (antinfiammatori e analgesici).

Il trattamento chirurgico di decompressione è raro ed è previsto per esempio nelle forme secondarie in cui è presente una massa che è la causa della compressione.

 

[1] https://andrealostocco.it/lo-strano-caso-della-sindrome-del-piriforme-e-limportanza-della-diagnosi-differenziale

Chi di noi almeno una volta nella vita non ha subito una distorsione di caviglia o, più comunemente chiamata, “storta di caviglia”?

Cos’è la distorsione di caviglia?

distorsione di caviglia 01In termine medico si parla di distorsione, che per definizione è una sollecitazione, di solito traumatica, che tende a modificare i normali rapporti articolari con successiva lesione delle strutture legamentose e della capsula che avvolge l’articolazione.

Il movimento che si genera per motivi spesso indiretti (non un colpo diretto, ma successivo ad un movimento anomalo) imprime all’articolazione una sollecitazione non fisiologica.

In ordine di frequenza la distorsione di caviglia è la più comune dopo quella del ginocchio.

Classificazione

Le distorsioni di caviglia si classificano in:

  • 1° grado: le più lievi. Si verifica uno stiramento dei legamenti senza lesioni, con lieve gonfiore, temporanea limitazione delle normali funzioni, dolore passeggero. Può causare nell’immediato instabilità.
  • 2° grado: rottura parziale di uno o più legamenti. Presenti tumefazione, ematoma attorno al malleolo (l’osso sporgente della caviglia) per rottura di alcuni vasi sanguigni. Dolenzia di media entità e instabilità modesta, lieve limitazione funzionale.
  • 3° grado: instabilità severa, rottura completa dei legamenti. Edema massivo con importante ematoma. Seria limitazione funzionale.

Il dolore nella distorsione di caviglia

Il dolore in fase acuta può essere intenso e dura i base al grado di lesione dei legamenti.

Nei casi lievi hanno prognosi benigna, ovvero c’è una completa guarigione con un ritorno precoce alle attività quotidiane.

Nei gradi 2° o 3° se non trattate adeguatamente il ripristino delle normali funzioni può essere lento, il dolore persistente, la limitazione funzionale e la instabilità articolare può ostacolare le normali attività come camminare, predispone ad una artrosi precoce.

Possono essere colpiti tutti i soggetti a tutte le età, ovviamente l’attività fisica predispone a questo tipo di traumi anche se è molto frequente nelle persone che non fanno attività sportiva, quando si scende da un gradino o la “classica” buca sul marciapiede.

radiografiaLa diagnosi

La storia traumatica e la presenza dei segni e sintomi clinici indirizzano nella diagnosi, inoltre le indagini radiologiche ci aiutano nella valutazione del grado di lesione.

È consigliabile fare immediatamente una radiografia per escludere l’interessamento delle strutture ossee.

Una conseguenza molto comune dopo una distorsione di caviglia è la frattura della base del quinto metatarso (l’osso più esterno del piede), spesso subdola non sempre viene riconosciuta subito, avviene per effetto dello stiramento di un tendine che si attacca proprio su quest’osso.

La radiografia ci aiuta ad escludere tale evenienza.

La risonanza magnetica o l’ecografia invece si sono utili per definire una eventuale lesione alle strutture molli come i legamenti e quindi a definire il grado di lesione.

stampelleIl trattamento della distorsione di caviglia

Il trattamento in fase acuta prevede immobilizzazione (con tempi che variano da pochi giorni ad alcune settimane in base al grado di lesione) con l’eventuale uso di tutore, riposo, quindi astensione da carico ed uso di canadesi (stampelle), ghiaccio per ridurre l’edema, l’uso di macchinari come la magnetoterapia per aiutare i tessuti a recuperare dal danno subito.

L’uso della terapia manuale, in fase acuta nei casi lievi, è importante intanto per ridurre l’edema e per evitare le rigidità articolari che sono successive all’immobilità.

Successivamente alla fase acuta si rispettano i tempi di recupero degli eventuali danni ai tessuti molli (3 settimane) o alle ossa (4 settimane) e poi si procede con un programma di recupero funzionale composto da trattamenti per il recupero di tutti i movimenti fisiologici, recupero della forza, controllo e gestione delle eventuali tendinee o legamentose dovute alla immobilità.

tavolette propriocettiveParticolarmente importante è il lavoro sotto carico e con l’uso di tavolette propriocettive che servono a migliorare il controllo dell’articolazione durante tutte le fasi di appoggio nei vari movimenti, inoltre migliora decisamente la stabilità dell’articolazione e quindi evita le recidive che possono essere frequenti dopo un trauma del genere.

La giusta attenzione va posta su quelli che sono gli effetti a distanza che una distorsione di caviglia può generare. La problematica più frequente riguarda gli adattamenti che il corpo fa sulle catene muscolari ascendenti che possono causare infortuni ai muscoli posteriori della coscia, all’articolazione del bacino o della colonna lombare.

È compito del terapista tener coto di tali eventualità e impostare un trattamento che prenda in considerazione questa eventualità con esercizi mirati a migliorare l’elasticità muscolare e una buona mobilità articolare del bacino e della colonna vertebrale.

In questo articolo ripropongo un bel lavoro presente sul sito https://www.spine-health.com/ che descrive una delle più comuni problematiche che colpiscono i pazienti ovvero la sciatica.

sciatica le cause più comuni 01La sciatica, o sciatalgia, è un sintomo che può essere causato da una serie disparata di condizioni cliniche, letteralmente vuol dire infiammazione del nervo sciatico, capirne le cause è un passo fondamentale per orientare il paziente verso un percorso di guarigione.

Il nervo sciatico esce dalle ultime vertebre lombari e le prime vertebre dell’osso sacro, è il più lungo e spesso nervo del corpo umano percorre il territorio che va appunto dalla colonna lombare, al gluteo, alla parte posteriore della coscia, il polpaccio e il piede.

L’irritazione del nervo alla sua uscita dalla colonna vertebrale o lungo il suo decorso può generare dolore, formicolio, alterata sensibilità e debolezza su parte o su tutto il percorso del nervo. L’intensità e la durata dei sintomi dipende dalla severità del problema che causa il sintomo sciatalgico.


Le cause più comuni che determinano il coinvolgimento del nervo sciatico sono varie:

  • ernia del discoErnia del disco: gli studi ci mostrano che circa il 90% delle sciatiche è causato da un problema al disco intervertebrale nelle forme di protusioni, ernie, bulging discale, diminuzione dello spessore del disco stesso per esempio per disidratazione. Questo crea una compressione della radice dello sciatico. L’ernia del disco può causare la sciatica in due modi:
  • Compressione diretta: il disco o il materiale che esso contiene e che fuoriesce per rottura delle fibre esterne, va a comprimere direttamente la radice del nervo.
  • Infiammazione per cause chimiche: il materiale discale che fuoriesce può avere caratteristiche acide (acido ialuronico) che può irritare la radice del nervo.

Un disco erniato può comprimere la radice di un solo lato con sintomi che coinvolgono solo una gamba, oppure può comprimere entrambi le radici causando problemi a tutte e due le gambe (sciatica bilaterale).


  • Degenerazione: i tessuti come ossa (articolazioni) e legamenti possono andare incontro a problemi degenerativi per età o sovraccarico, ciò può comprimere o irritare il nervo spinale. La degenerazione delle faccette articolari può anche causare l’infiammazione e l’aumento di massa del tessuto sinoviale nella capsula dell’articolazione. La degenerazione dell’osso della vertebra crea osteofiti che a loro volta sono causa di compressione. Le proteine che vengono secrete dal disco degenerato fanno da mediatori chimici che aumentano il processo infiammatorio locale.

degenerazione

 

  • Stenosi lombare: la stenosi spinale è il restringimento del canale spinale ed è relativamente comune negli adulti di età superiore ai 60 anni. La ricerca suggerisce che la stenosi del forame da cui esce il nervo può essere comune nel causare la sciatica nella popolazione anziana.

stenosi lombare

  • Spondilolistesi: si ha quando si verifica una frattura da stress tra il corpo della vertebra e l’arco osseo posteriore, questo fa scivolare la vertebra in avanti con conseguente intrappolamento della radice del nervo, anche bilateralmente. È più comune nei giovani adulti.

spondilodistesi

Quelle descritte sono tutte manifestazioni cliniche che possono svilupparsi nel tempo o spontaneamente a causa di traumi e stress fisico. Incidenti, cadute o infortuni possono causare una lesione diretta del nervo, in questo caso la sintomatologia è molto acuta e improvvisa, diversamente da una fase degenerativa che è progressiva nel tempo e quindi anche i sintomi si manifestano progressivamente.

sciatica le cause più comuni  06Oltre a quelle appena descritte, ci sono altre manifestazioni patologiche che hanno tra i sintomi la sciatica, e sono:

  • La sindrome del piriforme: causata dallo spasmo del muscolo piriforme che si trova in profondità nel gluteo e che passa subito sopra al passaggio dello sciatico dietro l’anca. La compressione del nervo avviene per spasmo del muscolo causata spesso da sovraccarico o per problemi di mobilità legati al bacino e all’anca. Il sovraccarico da sovrallenamento può produrre tale condizione patologica.
  • Disfunzioni sacro-iliache: si parla di disfunzioni quando un’articolazione non compie in maniera fisiologica i movimenti previsti, l’articolazione sacro-iliaca è quella tra osso sacro appunto e il bacino. Sono varie le cause che possono generare una disfunzione a tale livello e uno dei sintomi può essere la sciatalgia.

Raramente, la sciatica può svilupparsi a causa di tumori, infezioni, formazione di tessuto cicatriziale, raccolta di liquidi, malattia di Pott (tubercolosi spinale) o frattura della colonna lombare. Sebbene poco frequente, la sciatica può anche svilupparsi come complicazione di metodi di iniezione muscolare errati nel gluteo o in seguito a un intervento chirurgico di protesi dell’anca. Circa l’1% delle donne in gravidanza può sviluppare la sciatica ad un certo punto durante la gestazione.

Esistono dei test specifici che ci permettono di capire se l’origine del dolore è di tipo vertebrale, discale, articolare, o a carico di altre zone anatomiche, come abbiamo visto prima. La corretta raccolta delle informazioni del paziente e dei sintomi riportati oltre all’attenta valutazione clinica ci orientano verso una diagnosi, inoltre è sempre opportuno avvalersi delle giuste indagini radiologiche che sono di aiuto per stabilire un’origine precisa.

La maggior parte delle patologie che ho elencato trovano un enorme beneficio dai trattamenti conservativi come la fisioterapia e la terapia manuale che evitano di ricorrere all’utilizzo di farmaci o peggio all’intervento chirurgico.

 

SECONDA PARTE

Come abbiamo visto nella prima parte dell’articolo, la senilità crea delle problematiche che possono essere accentuate dalla sedentarietà, questi problemi a carico di muscoli, articolazioni, tendini, sistema vascolare e metabolico possono essere rallentati con l’esercizio fisico anche stando a casa quando si è impossibilitati ad uscire.

Ormai numerose ricerche confermano che basta introdurre un lavoro a bassa resistenza e un minimo di esercizio aerobico per avere un effetto positivo sul sistema muscolo-scheletrico e cardio-circolatorio, purché sia un impegno regolare e duraturo nel tempo.

Fare esercizi a bassa resistenza vuol dire che è sufficiente il peso del proprio corpo o carichi bassissimi (pesi da 1-2 kg o bande elastiche), anche la velocità di esecuzione dell’esercizio può essere bassa.

Questo ci permette di consigliare ai nostri pazienti anziani una routine di lavoro che possono tranquillamente svolgere a casa con pochissima attrezzatura.

Ovviamente se una buona parte del lavoro si può fare all’aria aperta è preferibile.

Come abbiamo già visto nella tabella dell’articolo precedente, l’ideale sarebbe un lavoro quotidiano di almeno 30 minuti, alcuni studi però riportano dei buoni risultati anche con delle sedute di 15 minuti due volte alla settimana.

Quello che io consiglio ai miei pazienti è di farne il più possibile in base alle proprie capacità, difficoltà o esigenze, soprattutto di variare il più possibile esercizi introducendo il lavoro sulla resistenza, il lavoro aerobico e lo stretching.

Ovviamente il ruolo del fisioterapista in questo caso è importante non solo perché deve consigliare al paziente la giusta routine di lavoro in base agli eventuali problemi di salute, ma deve “istruire” il paziente stesso allo svolgimento degli esercizi.

Ogni esercizio proposto può essere fatto con l’utilizzo di pesetti (che possono essere sostituiti anche da una bottiglia di acqua, 1 litro è circa 1 Kg), di elastici o a mani libere se ci sono problemi particolari.

 

Questa sequenza di facili esercizi è un esempio di lavoro che coinvolge più distretti corporei:

 

Esercizi-ginnastica-anziani_01Questi movimenti coinvolgono le braccia e i muscoli alti del dorso.

 

 

 

 

 

 


Esercizi-ginnastica-anziani_02Toccarsi in maniera alternata la spalla opposta con la mano e “spingere” il gomito con l’altra mano per stirare il muscolo (da evitare se si ha dolore nell’articolazione della spalla).


Esercizi-ginnastica-anziani_03Sempre da seduti con un peso leggero tra le mani si ruota il tronco il più velocemente possibile per la stabilizzazione dei muscoli del tronco stesso.


Esercizi-ginnastica-anziani_04Rialzarsi da una sedia e risedersi è un ottimo esercizio per rinforzare gli arti inferiori e i glutei, inoltre è utile per la stabilità e l’equilibrio. Se si ha la paura o la sensazione “di cadere” è possibile farlo davanti ad un tavolo o ad un letto.


Esercizi-ginnastica-anziani_05Agganciare la punta del piede con un asciugamano tenendo la gamba dritta e tirando verso di se. In questo modo si allungano i muscoli posteriori della gamba.


Esercizi-ginnastica-anziani_06 Esercizi-ginnastica-anziani_07Con un asciugamano sotto i piedi (e con l’aiuto di un familiare o appoggiandosi al muro) piegare ritmicamente le ginocchia. Oltre a rinforzare i muscoli dei glutei e delle cosce migliora l’equilibrio.


Esercizi-ginnastica-anziani_08 Esercizi-ginnastica-anziani_09Nella stessa posizione precedente si devono sollevare i talloni.


Esercizi-ginnastica-anziani_10Sollevarsi con una gamba su uno scalino è ottimale per rinforzare i muscoli degli arti inferiori, per stabilizzare l’anca e se aggiungo un piccolo peso da tenere con il braccio opposto aumenta la capacità di equilibrio e stabilità.


Esercizi-ginnastica-anziani_11Con l’appoggio su un tavolo o allo schienale di una sedia aprire una gamba alla volta cercando di rimanere in equilibrio. Rinforzo i muscoli che stabilizzano l’anca e miglioro l’equilibrio.


Esercizi-ginnastica-anziani_12Sdraiarsi a pancia in su, possibilmente su una superficie rigida, piegare le gambe e sollevare il bacino. In questo modo rinforziamo i glutei e i muscoli dell’addome. Da evitare se ci sono problemi a mettersi a terra o a risollevarsi.


Esercizi-ginnastica-anziani_13Partendo dalla posizione supina a gambe piegate si “dondola” da una parte all’altra per allungare i muscoli della colonna vertebrale e del bacino.


Per chi fosse pratico di internet, sul web può trovare numerosi esercizi per variare la sequenza a proprio piacimento scrivendo sui motori di ricerca GINNASTICA PER ANZIANI A CASA.

Oltre all’esercizio fisico, per prevenire il rischio di cadute è utile consigliare al paziente di togliere i tappeti dentro casa, installare corrimano se si hanno le scale e vicino ai sanitari nel bagno.

Tutti questi accorgimenti servono ad evitare il rischio di cadute, che rappresentano una delle cause primarie di problemi traumatologici nell’anziano e possono avere complicanze importanti.

Per qualsiasi difficoltà o problema è indicato rivolgersi sempre al proprio fisioterapista di fiducia.

Questo articolo è presente anche su: APA Institute

 

 

PRIMA PARTE

Una delle problematiche maggiori che si incontrano nei pazienti in età avanzata, oltre alle patologie che generano dolore, è la perdita progressiva di movimento.

Sedentarietà_anziano_01Questa condizione, che di per sé è fisiologica, a volte è accentuata da condizioni non favorevoli che accelerano questo processo (patologie sistemiche croniche, depressione, isolamento).

Ormai è chiarito e accertato da numerosi studi scientifici che l’anziano attivo fisicamente rallenta il processo di invecchiamento e le sue complicanze rispetto all’anziano sedentario.

L’invecchiamento comporta una serie di problematiche a carico di numerosi organi e sistemi.

Tra questi l’apparato muscolo-scheletrico può essere causa di difficoltà relative alla gestione delle attività quotidiane e della proprio autonomia.

Dai 50 anni in poi c’è una netta diminuzione dell’ormone della crescita e del testosterone con una conseguente diminuzione della rigenerazione cellulare, questo favorisce la perdita di massa muscolare (sarcopenia) e di forza soprattutto agli arti inferiori.

In media si perde un terzo della massa magra, con infiltrazione di grasso e tessuto fibroso tra le fibre muscolari con diminuzione delle dimensioni del muscolo.

I tendini e i legamenti mostrano meno fibroblasti con diminuzione delle loro capacità elastiche e meno meccanocettori che rendono le strutture che circondano le articolazioni meno capaci di gestire il movimento (con aumento del rischio di cadute). Queste strutture diventano altresì meno robuste.

Le cartilagini perdono acqua e liquido sinoviale e quindi la loro capacità di carico, con aumento dei processi degenerativi.

La perdita di massa ossea (osteoporosi) si ha dopo i 40 anni con una diminuzione annua dello 0.5%-0.75% negli uomini e del 1.5%-2.0% (fino al 3% dopo la menopausa) nelle donne, con il rischio nel tempo di fratture spontanee.

A livello metabolico l’abbassamento del PH nell’organismo crea acidosi che favorisce la perdita di calcio nelle ossa.

Tutto questo si traduce in diminuzione delle capacità articolari, aumento di 2-3 volte del rischio di cadute per lo sviluppo di deficit dell’equilibrio, aumento del rischio di disabilità, diminuzione delle normali funzioni quotidiane e dell’ autonomia.

Sedentarietà_anziano_02La sedentarietà accelera i normali processi di invecchiamento, inoltre influenza l’aspetto psicologico  “impigrendo” ulteriormente il soggetto anziano, si riduce la socializzazione, lo stimolo ad uscire di casa e diminuisce lo stimolo della fame e la “voglia” di prepararsi il cibo.

Quest’ultimo aspetto diventa fonte di problemi legati alla malnutrizione che interferisce a sua volta in maniera negativa sui processi metabolici e quindi di danno ai tessuti.

 

I benefici dati dall’esercizio fisico di moderata intensità negli anziani sono ben descritti e accettati dalla comunità scientifica internazionale. La prevalenza di patologie come diabete, disturbi cardio-vascolari, disturbi neurologici, alcuni tipi di tumori, diminuisce nei soggetti che hanno una regolare attività fisica.

Sedentarietà_anziano_03Ovviamente questi benefici sono altrettanto positivi relativamente all’apparato muscolo-scheletrico:

  • Aumento della densità dell’osso: sono indicati esercizi che prevedono un carico continuo e controllato e che coinvolgono tutto il corpo. Il beneficio si ha solo sulle ossa stimolate, l’inattività fa perdere subito i risultati ottenuti.
  • Aumento della massa muscolare, della forza e dell’equilibrio dinamico: sono utili esercizi di resistenza con l’utilizzo di pesi (è stato visto che anche in età avanzata si può arrivare ad usare carichi pari al 80% del massimale). Questo ha un buon impatto sulla massa muscolare, sulla forza e sulla pressione arteriosa.
  • Aumento delle capacità articolari: gli esercizi di flessibilità e di stretching migliorano l’ampiezza dei movimenti, rendono i tendini ed i legamenti più elastici.
  • Aumento dell’equilibrio: sono necessari esercizi di coordinazione tra arti superiori ed inferiori con rotazioni del busto e piccoli spostamenti, questo aiuta i recettori articolari a gestire meglio i movimenti e quindi l’equilibrio.
  • Diminuzione della degenerazione della cartilagine con aumento della capacità di carico articolare.

Sedentarietà_anziano_04I limiti che possiamo avere relativamente all’utilizzo dell’esercizio fisico dell’anziano sono dovuti ovviamente alle condizioni generali di salute del soggetto, o alla presenza di problemi acuti o cronici a carico dell’apparato muscolo-scheletrico che però possono essere gestiti con dei trattamenti conservativi di tipo fisioterapico/osteopatico.

La tabella riportata in basso definisce indicativamente un esempio di programma di lavoro da gestire nell’arco di una settimana.

Gli esercizi devono essere semplici e di impatto moderato, ma comunque devono alzare la soglia basale.

Come ci suggeriscono gli studi scientifici è necessario introdurre oltre all’esercizio fisico anche una parte aerobica come 30 minuti di camminata veloce o di cyclette.

TABELLA INDICATIVA PER TIPOLOGIA DI ESERCIZI
Durata Circa 3 ore settimanali Almeno 30 minuti per seduta
Resistenza 8-10 esercizi con 10 ripetizioni Almeno due volte  a settimana
Flessibilità Come tollerato Almeno due volte a settimana

La cosa interessante è che gli studi confermano che il corpo si adatta rapidamente alle nuove abitudini, quindi c’è un immediato ricondizionamento rispetto ad una costante attività fisica e a buone abitudini alimentari.

Nel prossimo articolo vi illustrerò alcuni semplici esercizi per una routine di lavoro da svolgere a casa con pochissima attrezzatura.

Ecco il link per una rapida consultazione:

A presto

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infiammazione feat

infiammazione 01L’infiammazione è un processo fisiologico dell’organismo per neutralizzare l’azione di agenti patogeni e/o lesivi così da ripristinare le normali funzioni e la normale anatomia dei tessuti e degli organi.


Quando si può parlare di infiammazione?

Quando si ha una lesione tissutale, a causa di batteri, traumi, sostanza chimiche, tumori, reazioni immunitarie, ecc, il tessuto coinvolto mette in atto una serie di processi in grado di indurre profonde modificazioni secondarie nei tessuti adiacenti a quelli danneggiati.

L’intero meccanismo viene detto infiammazione.


Come evolve?

Può evolvere in due modi:

  • Infiammazione acuta: si risolve in qualche giorno, quindi reversibile.
  • Infiammazione cronica: dura nel tempo (mesi o anni), si automantiene, c’è una marcata proliferazione cellulare che provoca danno tessutale.

Come si manifesta l’infiammazione?

infiammazione 02Inizialmente si presenta con la classica forma:

  • Rubor (rossore)
  • Tumor (gonfiore)
  • Calore
  • Dolore

Evolve con la  -> functio laesa, ovvero la perdita o limitazione funzionale con modificazione dell’anatomia.

Un agente lesivo ha una azione sul tessuto che avviene tramite i mediatori chimici dell’infiammazione (citochine, amine vasoattive, chinine) che provocano:

  • Dilatazione dei vasi sanguigni del piccolo circolo (rossore)
  • Aumento della permeabilità dei capillari con essudazione dei liquidi e delle proteine plasmatiche negli spazi interstiziali (presenza di edema)
  • Migrazione dei leucociti (i globuli bianchi lasciano il midollo osseo per dirigersi verso la zona dell’infiammazione e danno il via al processo di difesa e riparazione)
  • Liberazione dei mediatori dell’infiammazione che tra i vari effetti hanno quello di stimolare le terminazioni nervose del dolore.
  • Rigonfiamento delle cellule del tessuto leso

Il processo infiammatorio

infiammazione 03Il processo infiammatorio stimola l’organismo alla produzione e veicolazione dei macrofagi (cellule spazzine) e dei fibroblasti che sono i “riparatori” del danno ai tessuti, mentre il sistema linfatico locale si attiva per drenare l’edema.

A volte però i macrofagi possono danneggiare anche il tessuto sano.

Il rilascio di sostanze coagulanti creano attorno alla zona infiammata una barriera “chiudendo” gli spazi interstiziali e i vasi linfatici in modo da isolarla per rallentare la diffusione di batteri e delle loro tossine.

La situazione può evolvere verso la guarigione con ritorno alla condizione iniziale o a formazione fibrosa (formazione di una cicatrice nel caso di lesione ai tessuti).

Se l’infiammazione invece è persistente la flogosi si diffonde ai tessuti circostanti e ai tessuti interstiziali, è la così detta flogosi granulomatosa, ovvero le cellule cambiano la loro conformazione e la loro normale morfologia.

Ogni reazione infiammatoria deve essere proporzionata al grado di lesione tessutale. Se non si verificasse il processo infiammatorio si creerebbe un danno al tessuto o all’organo, ma se questo processo è sproporzionato può dar luogo ad una vera e propria patologia infiammatoria.

Anche la velocità con cui si sviluppa l’infiammazione è determinante.

Alcuni batteri sono molto invasivi e generano una reazione immediata dell’organismo che argina la loro diffusione, altri invece sono meno invasivi, per cui il meccanismo di difesa è più lento e può favorire la loro diffusione ad altri tessuti.

Tra le azioni di difesa che il corpo mette in atto c’è quella di far produrre al fegato una quantità maggiore di proteine plasmatiche che hanno lo scopo di ridurre il danno ai tessuti, servono da spazzini per eliminare le scorie dei processi chimici in atto.

La più utile dal punto di vista clinico è la PCr (proteina C reattiva) perché la sua presenza nel sangue aumenta in parallelo all’evoluzione della fase acuta. Infatti è quella che spesso si richiede tra le analisi del sangue per valutare la presenza o meno di un processo flogistico (sotto gli 8 mg/L normale).

infiammazione 04A volte dopo un processo infiammatorio, per esempio un danno cutaneo, può apparire il pus sulla ferita, ciò è dovuto al fatto che le cellule guardiane e spazzine come i neutrofili e i macrofagi inglobano un elevato numero di batteri e di tessuto danneggiato e muoiono, questo così detto essudato è il pus, che può essere raccolto in una cavità o in una sacca che lentamente viene riassorbita ed eliminata dai tessuti circostanti.


Come si può manifestare l’infiammazione?

infiammazione 05Oltre che a livello locale, ci sono delle manifestazioni sistemiche legate all’infiammazione che conosciamo bene come:

  • Febbre
  • Aumento della coagulazione
  • Astenia
  • Calo ponderale
  • Anemia
  • Modificazioni metaboliche

Tutte queste manifestazioni devono essere sempre monitorate e prese in considerazione dal paziente affinché si scopra al più presto l’origine e la zona colpita dal processo infiammatorio.

In questa fase è altamente sconsigliato fare attività fisica o trattamenti di qualsiasi tipo per non favorire la diffusione dell’infiammazione.

Conoscere un processo complesso come quello che vi ho descritto è di fondamentale importanza per il terapista affinché possa gestire meglio il paziente quando arriva in studio, in modo da valutare la possibilità o meno di iniziare un percorso terapeutico senza creare effetti indesiderati.

Il paziente invece deve essere messo a conoscenza di tali processi in modo da fornire al terapista le giuste informazioni e cogliere anche quei particolari che possono essere determinanti nel processo di guarigione.