reflusso gastro-esofageo e terapia manuale feat

reflusso gastro-esofageo e terapia manuale feat

Oggi parleremo del reflusso gastro-esofageo e di come la terapia manuale possa rappresentare un valido contributo al suo trattamento.

Come si manifesta il reflusso gastro-esofageo?

Il reflusso coinvolge il contenuto dello stomaco che invece di proseguire verso l’intestino tenue (il duodeno), risale verso l’esofago. I succhi gastrici hanno una concentrazione molto acida e questo irrita le pareti esofagee che non sono ricoperte da uno strato muscoso che le protegge, così come avviene invece in ambiente gastrico.

Fisiologicamente la risalita dei succhi gastrici è impedita da uno sfintere, il cardias, che si apre nel passaggio del bolo alimentare e si richiude proprio per evitare il reflusso.

reflusso gastro-esofageo e terapia manuale 02Gli studi sulle cause del RGE concordano su quelli che sono i fattori chiave che generano tale condizione, sicuramente va considerata l’incontinenza (quindi l’incapacità di contrarsi in maniera efficace) del cardias.

Il motivo può essere dovuto all’incapacità diretta di questa valvola di chiudersi ed aprirsi in maniera corretta, o indirettamente causata da una inibizione del diaframma, l’esofago infatti perfora in muscolo diaframma prima di entrare nella cavità addominale, quindi è estremamente soggetto ai cambiamenti della normale funzione del principale muscolo della respirazione.

Altro fattore importante è il gradiente di pressione tra la cavità addominale e quella toracica, lo squilibrio di queste pressioni è alterato per esempio dall’obesità, da patologie addominali (che coinvolgono altri visceri), dalla posizione seduta protratta nel tempo (la posizione seduta aumenta la pressione addominale, soprattutto se utilizzano cinture o abiti stretti, e questo aumenta la spinta pressoria verso l’alto quindi verso il torace).

I sintomi del reflusso gastro-esofageo

I sintomi sono vari e possono essere comuni anche ad altre patologie, quindi in prima battuta possono trarre in inganno il clinico.

reflusso gastro-esofageoTra questi abbiamo:

  • Rigurgito e/o bruciore retrosternale
  • Dolore alla bocca dello stomaco o irradiato sul torace (e spesso anche al collo e al dorso)
  • Tosse secca
  • Laringite
  • Singhiozzo
  • Gonfiore addominale
  • Respiro sibilante
  • Nausea post prandiale (vomito)
  • Sensazione di asma
  • Erosione dentale

La diagnosi

gastroscopiaLa diagnosi del medico di base o dello specialista si basa sulla raccolta dei sintomi e segni clinici e si può avvalere di indagini strumentali come la PH-metria per misurare l’eventuale iperacidità dell’ambiente gastrico ed esofageo, la gastroscopia si utilizza invece per valutare lo stato irritativo della mucosa esofagea e gastrica, la presenza o meno di erosioni o di ernie iatali che spesso sono associate al RGE.

Il trattamento del reflusso gastro-esofageo

La terapia consiste in prima battuta nel cambiare le abitudini igienico-sanitarie del paziente (alimentazione, situazioni di stress emotivo, eccessivo utilizzo di farmaci come gli antinfiammatori, ecc) eliminando quindi gli eventuali fattori di rischio e poi valutare o meno l’utilizzo di farmaci specifici.

Oggi l’utilizzo di nuovi approcci terapeutici ha preso sempre più piede, la psicoterapia ne è un esempio come la neuromodulazione o la terapia cognitivo-coportamentale, non ultima la terapia manuale può essere di grande aiuto a di supporto alla terapia farmacologica ed eventualmente alla riduzione di questa.

La terapia manuale

I dati scientifici rispetto all’utilizzo della terapia manuale come rimedio al RGE sono molto confortanti soprattutto per quella che è la riduzione dei sintomi e questo già può avere un impatto estremamente positivo sul miglioramento della qualità di vita del paziente.

Gli ultimi studi parlano di un miglioramento medio del 37% dopo una settimana e del 73% dopo un mese (in base alla problematica le sedute di solito sono una o due a settimana).

Inizialmente è bene continuare la eventuale terapia farmacologica e poi confrontarsi con il medico di riferimento per una riduzione o sospensione.

Ma come può la terapia manuale aiutare a gestire una patologia che riguarda i visceri?

I visceri come ogni altra struttura del corpo è avvolta da elementi anatomici che li sostengono, che li rendono più o meno stabili o più o meno mobili a seconda delle proprie funzioni o necessità, sono raggiunti da numerosi vasi sanguigni e sono drenati da altrettanti vasi, per non parlare della struttura muscolare che gli avvolge e del sistema nervoso che ne gestisce le funzioni.

Con la terapia manuale si può lavorare su queste strutture affinchè il viscere migliori le sue funzioni e ritrovi la sua normale fisiologia.

terapia manualeIn particolar modo, rispetto al RGE il trattamento (che deve essere sempre modifica e personalizzato in base al paziente) prevede:

  • Liberare le tensioni muscolari e legamentose della colonna cervicale e dorsale in prima battuta e successivamente della zona lombare e del bacino.
  • Migliorare la mobilità della gabbia toracica, particolarmente della zona attorno alla bocca dello stomaco, quindi lo sterno e i bordi costali bassi.
  • Allentare tutte le tensioni del torace a carico delle strutture fasciali e legamentose.
  • Gestire la funzionalità del diaframma, in quanto muscolo va valutato e tratta la sua tensione o la sua poca efficacia.
  • Allentare le tensioni a carico dello sfintere gastro-esofageo (cardias) per impedire il reflusso verso l’alto dei succhi gastrici, allentare le tensioni dello sfintere gastro-duodenale (piloro) per facilitare lo svuotamento dello stomaco.
  • Migliorare tutta la mobilità dell’area gastrica e del duodeno.
  • Regolare tutto il sistema di gestione delle pressioni tra addome e torace.
  • Inibire o stimolare il sistema nervoso autonomo, che è quello che gestisce di fatto la funzione dei visceri e regola tutte le attività autonome dell’organismo come la circolazione.

Questo tipo di trattamento è ben tollerato dai pazienti, non essendo per niente invasivo, inoltre può essere risolutivo di altre problematiche che oggi sono molto frequenti come le cervicalgie o le dorsalgie.

sindrome del piriforme 01In questo articolo leggiamo quanto sia importante una diagnosi corretta nel diagnosticare la sindrome del piriforme.

Che cos’è la sindrome del Piriforme?

È una condizione dolorosa di tipo neuromuscolare caratterizzata da dolore al gluteo e alla parte posteriore della coscia, dato dalla compressione del nervo sciatico nel suo passaggio dietro al muscolo piriforme che si trova in profondità nel gluteo.

La sintomatologia

La sintomatologia è a carico del nervo sciatico ma l’origine del problema non è da imputare alla colonna lombare o all’osso sacro, si caratterizza appunto per una sciatica così detta “tronca” perché parte dal gluteo ma non scende oltre il ginocchio.

Colpisce di solito nella 4-5 decade di vita, più comune nelle donne.

Diagnosticare la sindrome del piriforme

Se palpata la zona glutea interessata è dolente con dolore locale o irradiato.

Spesso non è riconosciuta o diagnosticata in modo corretto, si stima che circa il 6% dei pazienti a cui è diagnosticata una lombosciatalgia in realtà soffrono di sindrome del piriforme, oppure a volte alcune condizioni patologiche possono mimarne la sintomatologia[1].

sindrome del piriforme 02Ritardare la diagnosi comporta problemi cronici a carico del nervo o delle strutture articolari e muscolari coinvolte.

E’ fondamentale individuare dai segni clinici tale problema e differenziarlo da patologie che colpiscono la radice del nervo all’uscita dalle vertebre lombari, attraverso specifici test è possibile fare una diagnosi differenziale adeguata.

Inoltre alcune problematiche dell’anca possono mimare tale disturbo, e anche qui è fondamentale l’interpretazione dei segni clinici eventualmente supportati dalle indagini radiografiche.

Altre patologie che dobbiamo escludere sono la sacroileite (infiammazione dell’articolazione tra osso sacro e bacino), infiammazioni acute della zona lombare, problemi meccanici a carico delle articolazioni del bacino.

L’uso della diagnostica per immagini è utile solo per fare diagnosi per esclusione perché non c’è nessun segno specifico evidente dalle RX o dalla risonanza che evidenziano una sindrome del piriforme.

Esiste una forma primaria che è causata da anomalie anatomiche a carico del muscolo piriforme o dello sciatico nel suo passaggio nel gluteo.

La forma secondaria invece è conseguente a traumi (caduta sul sedere), microtraumi ripetuti, masse occupanti spazio, o ischemia locale.

Queste cause possono provocare infiammazione dei tessuti, compressione diretta del nervo e carenza della normale vascolarizzazione.

Tra i microtraumi includiamo il sovraccarico funzionale dato per esempio da attività lavorative o sportive che coinvolgono la zona in maniera specifica o creano compensi anomali sul bacino o sull’anca.

sindrome del piriforme 03Sintomi e segni:

  • Dolore se si sta seduti per più di 15/20 minuti
  • Dolore irradiato dal gluteo al ginocchio che si può accompagnare a formicolio o sensazione di scosse elettriche
  • Dolore alla deambulazione (che spesso passa al riposo)
  • Dolore nel rialzarsi dalla sedia
  • Dolore che si può irradiare all’inguine
  • Possibile dolore quando aumenta la pressione addominale (colpo di tosse, starnuto o durante la defecazione)
  • Sensazione di stanchezza muscolare
  • Difficoltà a portare la punta del piede verso l’interno, anca ruotata esternamente quando si sta sdraiati
  • Tensione sulla zona del bacino dal lato del dolore
  • Lieve diminuzione del tono dei muscoli glutei

La diagnosi precoce e quindi il trattamento riduce immediatamente la sintomatologia e nel 79% dei casi si scongiura il ricorso ai farmaci.

Il trattamento

sindrome del piriforme 04Il trattamento manuale e l’esercizio terapeutico sono ottimali come interventi conservativi nell’immediato.

Con il primo, si riduce l’alterazione meccanica a carico delle articolazioni del bacino e dell’anca, si interviene sui muscoli ripristinandone la normale elasticità, si recupera la corretta vascolarizzazione sulla zona e si interviene con delle tecniche specifiche per ridurre l’intrappolamento del nervo.

L’esercizio terapeutico è utile per recuperare il fisiologico tono muscolare e mantiene una corretta mobilità dei distretti anatomici.

Come mantenimento a volte è necessario un percorso di rieducazione posturale spalmato sul lungo periodo (soprattutto per le situazioni croniche) per evitare le ricadute e per avere un effetto duraturo nel tempo.

I pazienti che sono resistenti ai trattamenti devono essere indirizzati al medico specialista per eventuali trattamenti infiltrativi di solito a base di steroidi o lidocaina (antinfiammatori e analgesici).

Il trattamento chirurgico di decompressione è raro ed è previsto per esempio nelle forme secondarie in cui è presente una massa che è la causa della compressione.

 

[1] https://andrealostocco.it/lo-strano-caso-della-sindrome-del-piriforme-e-limportanza-della-diagnosi-differenziale

Chi di noi almeno una volta nella vita non ha subito una distorsione di caviglia o, più comunemente chiamata, “storta di caviglia”?

Cos’è la distorsione di caviglia?

distorsione di caviglia 01In termine medico si parla di distorsione, che per definizione è una sollecitazione, di solito traumatica, che tende a modificare i normali rapporti articolari con successiva lesione delle strutture legamentose e della capsula che avvolge l’articolazione.

Il movimento che si genera per motivi spesso indiretti (non un colpo diretto, ma successivo ad un movimento anomalo) imprime all’articolazione una sollecitazione non fisiologica.

In ordine di frequenza la distorsione di caviglia è la più comune dopo quella del ginocchio.

Classificazione

Le distorsioni di caviglia si classificano in:

  • 1° grado: le più lievi. Si verifica uno stiramento dei legamenti senza lesioni, con lieve gonfiore, temporanea limitazione delle normali funzioni, dolore passeggero. Può causare nell’immediato instabilità.
  • 2° grado: rottura parziale di uno o più legamenti. Presenti tumefazione, ematoma attorno al malleolo (l’osso sporgente della caviglia) per rottura di alcuni vasi sanguigni. Dolenzia di media entità e instabilità modesta, lieve limitazione funzionale.
  • 3° grado: instabilità severa, rottura completa dei legamenti. Edema massivo con importante ematoma. Seria limitazione funzionale.

Il dolore nella distorsione di caviglia

Il dolore in fase acuta può essere intenso e dura i base al grado di lesione dei legamenti.

Nei casi lievi hanno prognosi benigna, ovvero c’è una completa guarigione con un ritorno precoce alle attività quotidiane.

Nei gradi 2° o 3° se non trattate adeguatamente il ripristino delle normali funzioni può essere lento, il dolore persistente, la limitazione funzionale e la instabilità articolare può ostacolare le normali attività come camminare, predispone ad una artrosi precoce.

Possono essere colpiti tutti i soggetti a tutte le età, ovviamente l’attività fisica predispone a questo tipo di traumi anche se è molto frequente nelle persone che non fanno attività sportiva, quando si scende da un gradino o la “classica” buca sul marciapiede.

radiografiaLa diagnosi

La storia traumatica e la presenza dei segni e sintomi clinici indirizzano nella diagnosi, inoltre le indagini radiologiche ci aiutano nella valutazione del grado di lesione.

È consigliabile fare immediatamente una radiografia per escludere l’interessamento delle strutture ossee.

Una conseguenza molto comune dopo una distorsione di caviglia è la frattura della base del quinto metatarso (l’osso più esterno del piede), spesso subdola non sempre viene riconosciuta subito, avviene per effetto dello stiramento di un tendine che si attacca proprio su quest’osso.

La radiografia ci aiuta ad escludere tale evenienza.

La risonanza magnetica o l’ecografia invece si sono utili per definire una eventuale lesione alle strutture molli come i legamenti e quindi a definire il grado di lesione.

stampelleIl trattamento della distorsione di caviglia

Il trattamento in fase acuta prevede immobilizzazione (con tempi che variano da pochi giorni ad alcune settimane in base al grado di lesione) con l’eventuale uso di tutore, riposo, quindi astensione da carico ed uso di canadesi (stampelle), ghiaccio per ridurre l’edema, l’uso di macchinari come la magnetoterapia per aiutare i tessuti a recuperare dal danno subito.

L’uso della terapia manuale, in fase acuta nei casi lievi, è importante intanto per ridurre l’edema e per evitare le rigidità articolari che sono successive all’immobilità.

Successivamente alla fase acuta si rispettano i tempi di recupero degli eventuali danni ai tessuti molli (3 settimane) o alle ossa (4 settimane) e poi si procede con un programma di recupero funzionale composto da trattamenti per il recupero di tutti i movimenti fisiologici, recupero della forza, controllo e gestione delle eventuali tendinee o legamentose dovute alla immobilità.

tavolette propriocettiveParticolarmente importante è il lavoro sotto carico e con l’uso di tavolette propriocettive che servono a migliorare il controllo dell’articolazione durante tutte le fasi di appoggio nei vari movimenti, inoltre migliora decisamente la stabilità dell’articolazione e quindi evita le recidive che possono essere frequenti dopo un trauma del genere.

La giusta attenzione va posta su quelli che sono gli effetti a distanza che una distorsione di caviglia può generare. La problematica più frequente riguarda gli adattamenti che il corpo fa sulle catene muscolari ascendenti che possono causare infortuni ai muscoli posteriori della coscia, all’articolazione del bacino o della colonna lombare.

È compito del terapista tener coto di tali eventualità e impostare un trattamento che prenda in considerazione questa eventualità con esercizi mirati a migliorare l’elasticità muscolare e una buona mobilità articolare del bacino e della colonna vertebrale.

In questo articolo ripropongo un bel lavoro presente sul sito https://www.spine-health.com/ che descrive una delle più comuni problematiche che colpiscono i pazienti ovvero la sciatica.

sciatica le cause più comuni 01La sciatica, o sciatalgia, è un sintomo che può essere causato da una serie disparata di condizioni cliniche, letteralmente vuol dire infiammazione del nervo sciatico, capirne le cause è un passo fondamentale per orientare il paziente verso un percorso di guarigione.

Il nervo sciatico esce dalle ultime vertebre lombari e le prime vertebre dell’osso sacro, è il più lungo e spesso nervo del corpo umano percorre il territorio che va appunto dalla colonna lombare, al gluteo, alla parte posteriore della coscia, il polpaccio e il piede.

L’irritazione del nervo alla sua uscita dalla colonna vertebrale o lungo il suo decorso può generare dolore, formicolio, alterata sensibilità e debolezza su parte o su tutto il percorso del nervo. L’intensità e la durata dei sintomi dipende dalla severità del problema che causa il sintomo sciatalgico.


Le cause più comuni che determinano il coinvolgimento del nervo sciatico sono varie:

  • ernia del discoErnia del disco: gli studi ci mostrano che circa il 90% delle sciatiche è causato da un problema al disco intervertebrale nelle forme di protusioni, ernie, bulging discale, diminuzione dello spessore del disco stesso per esempio per disidratazione. Questo crea una compressione della radice dello sciatico. L’ernia del disco può causare la sciatica in due modi:
  • Compressione diretta: il disco o il materiale che esso contiene e che fuoriesce per rottura delle fibre esterne, va a comprimere direttamente la radice del nervo.
  • Infiammazione per cause chimiche: il materiale discale che fuoriesce può avere caratteristiche acide (acido ialuronico) che può irritare la radice del nervo.

Un disco erniato può comprimere la radice di un solo lato con sintomi che coinvolgono solo una gamba, oppure può comprimere entrambi le radici causando problemi a tutte e due le gambe (sciatica bilaterale).


  • Degenerazione: i tessuti come ossa (articolazioni) e legamenti possono andare incontro a problemi degenerativi per età o sovraccarico, ciò può comprimere o irritare il nervo spinale. La degenerazione delle faccette articolari può anche causare l’infiammazione e l’aumento di massa del tessuto sinoviale nella capsula dell’articolazione. La degenerazione dell’osso della vertebra crea osteofiti che a loro volta sono causa di compressione. Le proteine che vengono secrete dal disco degenerato fanno da mediatori chimici che aumentano il processo infiammatorio locale.

degenerazione

 

  • Stenosi lombare: la stenosi spinale è il restringimento del canale spinale ed è relativamente comune negli adulti di età superiore ai 60 anni. La ricerca suggerisce che la stenosi del forame da cui esce il nervo può essere comune nel causare la sciatica nella popolazione anziana.

stenosi lombare

  • Spondilolistesi: si ha quando si verifica una frattura da stress tra il corpo della vertebra e l’arco osseo posteriore, questo fa scivolare la vertebra in avanti con conseguente intrappolamento della radice del nervo, anche bilateralmente. È più comune nei giovani adulti.

spondilodistesi

Quelle descritte sono tutte manifestazioni cliniche che possono svilupparsi nel tempo o spontaneamente a causa di traumi e stress fisico. Incidenti, cadute o infortuni possono causare una lesione diretta del nervo, in questo caso la sintomatologia è molto acuta e improvvisa, diversamente da una fase degenerativa che è progressiva nel tempo e quindi anche i sintomi si manifestano progressivamente.

sciatica le cause più comuni  06Oltre a quelle appena descritte, ci sono altre manifestazioni patologiche che hanno tra i sintomi la sciatica, e sono:

  • La sindrome del piriforme: causata dallo spasmo del muscolo piriforme che si trova in profondità nel gluteo e che passa subito sopra al passaggio dello sciatico dietro l’anca. La compressione del nervo avviene per spasmo del muscolo causata spesso da sovraccarico o per problemi di mobilità legati al bacino e all’anca. Il sovraccarico da sovrallenamento può produrre tale condizione patologica.
  • Disfunzioni sacro-iliache: si parla di disfunzioni quando un’articolazione non compie in maniera fisiologica i movimenti previsti, l’articolazione sacro-iliaca è quella tra osso sacro appunto e il bacino. Sono varie le cause che possono generare una disfunzione a tale livello e uno dei sintomi può essere la sciatalgia.

Raramente, la sciatica può svilupparsi a causa di tumori, infezioni, formazione di tessuto cicatriziale, raccolta di liquidi, malattia di Pott (tubercolosi spinale) o frattura della colonna lombare. Sebbene poco frequente, la sciatica può anche svilupparsi come complicazione di metodi di iniezione muscolare errati nel gluteo o in seguito a un intervento chirurgico di protesi dell’anca. Circa l’1% delle donne in gravidanza può sviluppare la sciatica ad un certo punto durante la gestazione.

Esistono dei test specifici che ci permettono di capire se l’origine del dolore è di tipo vertebrale, discale, articolare, o a carico di altre zone anatomiche, come abbiamo visto prima. La corretta raccolta delle informazioni del paziente e dei sintomi riportati oltre all’attenta valutazione clinica ci orientano verso una diagnosi, inoltre è sempre opportuno avvalersi delle giuste indagini radiologiche che sono di aiuto per stabilire un’origine precisa.

La maggior parte delle patologie che ho elencato trovano un enorme beneficio dai trattamenti conservativi come la fisioterapia e la terapia manuale che evitano di ricorrere all’utilizzo di farmaci o peggio all’intervento chirurgico.

 

SECONDA PARTE

Come abbiamo visto nella prima parte dell’articolo, la senilità crea delle problematiche che possono essere accentuate dalla sedentarietà, questi problemi a carico di muscoli, articolazioni, tendini, sistema vascolare e metabolico possono essere rallentati con l’esercizio fisico anche stando a casa quando si è impossibilitati ad uscire.

Ormai numerose ricerche confermano che basta introdurre un lavoro a bassa resistenza e un minimo di esercizio aerobico per avere un effetto positivo sul sistema muscolo-scheletrico e cardio-circolatorio, purché sia un impegno regolare e duraturo nel tempo.

Fare esercizi a bassa resistenza vuol dire che è sufficiente il peso del proprio corpo o carichi bassissimi (pesi da 1-2 kg o bande elastiche), anche la velocità di esecuzione dell’esercizio può essere bassa.

Questo ci permette di consigliare ai nostri pazienti anziani una routine di lavoro che possono tranquillamente svolgere a casa con pochissima attrezzatura.

Ovviamente se una buona parte del lavoro si può fare all’aria aperta è preferibile.

Come abbiamo già visto nella tabella dell’articolo precedente, l’ideale sarebbe un lavoro quotidiano di almeno 30 minuti, alcuni studi però riportano dei buoni risultati anche con delle sedute di 15 minuti due volte alla settimana.

Quello che io consiglio ai miei pazienti è di farne il più possibile in base alle proprie capacità, difficoltà o esigenze, soprattutto di variare il più possibile esercizi introducendo il lavoro sulla resistenza, il lavoro aerobico e lo stretching.

Ovviamente il ruolo del fisioterapista in questo caso è importante non solo perché deve consigliare al paziente la giusta routine di lavoro in base agli eventuali problemi di salute, ma deve “istruire” il paziente stesso allo svolgimento degli esercizi.

Ogni esercizio proposto può essere fatto con l’utilizzo di pesetti (che possono essere sostituiti anche da una bottiglia di acqua, 1 litro è circa 1 Kg), di elastici o a mani libere se ci sono problemi particolari.

 

Questa sequenza di facili esercizi è un esempio di lavoro che coinvolge più distretti corporei:

 

Esercizi-ginnastica-anziani_01Questi movimenti coinvolgono le braccia e i muscoli alti del dorso.

 

 

 

 

 

 


Esercizi-ginnastica-anziani_02Toccarsi in maniera alternata la spalla opposta con la mano e “spingere” il gomito con l’altra mano per stirare il muscolo (da evitare se si ha dolore nell’articolazione della spalla).


Esercizi-ginnastica-anziani_03Sempre da seduti con un peso leggero tra le mani si ruota il tronco il più velocemente possibile per la stabilizzazione dei muscoli del tronco stesso.


Esercizi-ginnastica-anziani_04Rialzarsi da una sedia e risedersi è un ottimo esercizio per rinforzare gli arti inferiori e i glutei, inoltre è utile per la stabilità e l’equilibrio. Se si ha la paura o la sensazione “di cadere” è possibile farlo davanti ad un tavolo o ad un letto.


Esercizi-ginnastica-anziani_05Agganciare la punta del piede con un asciugamano tenendo la gamba dritta e tirando verso di se. In questo modo si allungano i muscoli posteriori della gamba.


Esercizi-ginnastica-anziani_06 Esercizi-ginnastica-anziani_07Con un asciugamano sotto i piedi (e con l’aiuto di un familiare o appoggiandosi al muro) piegare ritmicamente le ginocchia. Oltre a rinforzare i muscoli dei glutei e delle cosce migliora l’equilibrio.


Esercizi-ginnastica-anziani_08 Esercizi-ginnastica-anziani_09Nella stessa posizione precedente si devono sollevare i talloni.


Esercizi-ginnastica-anziani_10Sollevarsi con una gamba su uno scalino è ottimale per rinforzare i muscoli degli arti inferiori, per stabilizzare l’anca e se aggiungo un piccolo peso da tenere con il braccio opposto aumenta la capacità di equilibrio e stabilità.


Esercizi-ginnastica-anziani_11Con l’appoggio su un tavolo o allo schienale di una sedia aprire una gamba alla volta cercando di rimanere in equilibrio. Rinforzo i muscoli che stabilizzano l’anca e miglioro l’equilibrio.


Esercizi-ginnastica-anziani_12Sdraiarsi a pancia in su, possibilmente su una superficie rigida, piegare le gambe e sollevare il bacino. In questo modo rinforziamo i glutei e i muscoli dell’addome. Da evitare se ci sono problemi a mettersi a terra o a risollevarsi.


Esercizi-ginnastica-anziani_13Partendo dalla posizione supina a gambe piegate si “dondola” da una parte all’altra per allungare i muscoli della colonna vertebrale e del bacino.


Per chi fosse pratico di internet, sul web può trovare numerosi esercizi per variare la sequenza a proprio piacimento scrivendo sui motori di ricerca GINNASTICA PER ANZIANI A CASA.

Oltre all’esercizio fisico, per prevenire il rischio di cadute è utile consigliare al paziente di togliere i tappeti dentro casa, installare corrimano se si hanno le scale e vicino ai sanitari nel bagno.

Tutti questi accorgimenti servono ad evitare il rischio di cadute, che rappresentano una delle cause primarie di problemi traumatologici nell’anziano e possono avere complicanze importanti.

Per qualsiasi difficoltà o problema è indicato rivolgersi sempre al proprio fisioterapista di fiducia.

Questo articolo è presente anche su: APA Institute

 

 

PRIMA PARTE

Una delle problematiche maggiori che si incontrano nei pazienti in età avanzata, oltre alle patologie che generano dolore, è la perdita progressiva di movimento.

Sedentarietà_anziano_01Questa condizione, che di per sé è fisiologica, a volte è accentuata da condizioni non favorevoli che accelerano questo processo (patologie sistemiche croniche, depressione, isolamento).

Ormai è chiarito e accertato da numerosi studi scientifici che l’anziano attivo fisicamente rallenta il processo di invecchiamento e le sue complicanze rispetto all’anziano sedentario.

L’invecchiamento comporta una serie di problematiche a carico di numerosi organi e sistemi.

Tra questi l’apparato muscolo-scheletrico può essere causa di difficoltà relative alla gestione delle attività quotidiane e della proprio autonomia.

Dai 50 anni in poi c’è una netta diminuzione dell’ormone della crescita e del testosterone con una conseguente diminuzione della rigenerazione cellulare, questo favorisce la perdita di massa muscolare (sarcopenia) e di forza soprattutto agli arti inferiori.

In media si perde un terzo della massa magra, con infiltrazione di grasso e tessuto fibroso tra le fibre muscolari con diminuzione delle dimensioni del muscolo.

I tendini e i legamenti mostrano meno fibroblasti con diminuzione delle loro capacità elastiche e meno meccanocettori che rendono le strutture che circondano le articolazioni meno capaci di gestire il movimento (con aumento del rischio di cadute). Queste strutture diventano altresì meno robuste.

Le cartilagini perdono acqua e liquido sinoviale e quindi la loro capacità di carico, con aumento dei processi degenerativi.

La perdita di massa ossea (osteoporosi) si ha dopo i 40 anni con una diminuzione annua dello 0.5%-0.75% negli uomini e del 1.5%-2.0% (fino al 3% dopo la menopausa) nelle donne, con il rischio nel tempo di fratture spontanee.

A livello metabolico l’abbassamento del PH nell’organismo crea acidosi che favorisce la perdita di calcio nelle ossa.

Tutto questo si traduce in diminuzione delle capacità articolari, aumento di 2-3 volte del rischio di cadute per lo sviluppo di deficit dell’equilibrio, aumento del rischio di disabilità, diminuzione delle normali funzioni quotidiane e dell’ autonomia.

Sedentarietà_anziano_02La sedentarietà accelera i normali processi di invecchiamento, inoltre influenza l’aspetto psicologico  “impigrendo” ulteriormente il soggetto anziano, si riduce la socializzazione, lo stimolo ad uscire di casa e diminuisce lo stimolo della fame e la “voglia” di prepararsi il cibo.

Quest’ultimo aspetto diventa fonte di problemi legati alla malnutrizione che interferisce a sua volta in maniera negativa sui processi metabolici e quindi di danno ai tessuti.

 

I benefici dati dall’esercizio fisico di moderata intensità negli anziani sono ben descritti e accettati dalla comunità scientifica internazionale. La prevalenza di patologie come diabete, disturbi cardio-vascolari, disturbi neurologici, alcuni tipi di tumori, diminuisce nei soggetti che hanno una regolare attività fisica.

Sedentarietà_anziano_03Ovviamente questi benefici sono altrettanto positivi relativamente all’apparato muscolo-scheletrico:

  • Aumento della densità dell’osso: sono indicati esercizi che prevedono un carico continuo e controllato e che coinvolgono tutto il corpo. Il beneficio si ha solo sulle ossa stimolate, l’inattività fa perdere subito i risultati ottenuti.
  • Aumento della massa muscolare, della forza e dell’equilibrio dinamico: sono utili esercizi di resistenza con l’utilizzo di pesi (è stato visto che anche in età avanzata si può arrivare ad usare carichi pari al 80% del massimale). Questo ha un buon impatto sulla massa muscolare, sulla forza e sulla pressione arteriosa.
  • Aumento delle capacità articolari: gli esercizi di flessibilità e di stretching migliorano l’ampiezza dei movimenti, rendono i tendini ed i legamenti più elastici.
  • Aumento dell’equilibrio: sono necessari esercizi di coordinazione tra arti superiori ed inferiori con rotazioni del busto e piccoli spostamenti, questo aiuta i recettori articolari a gestire meglio i movimenti e quindi l’equilibrio.
  • Diminuzione della degenerazione della cartilagine con aumento della capacità di carico articolare.

Sedentarietà_anziano_04I limiti che possiamo avere relativamente all’utilizzo dell’esercizio fisico dell’anziano sono dovuti ovviamente alle condizioni generali di salute del soggetto, o alla presenza di problemi acuti o cronici a carico dell’apparato muscolo-scheletrico che però possono essere gestiti con dei trattamenti conservativi di tipo fisioterapico/osteopatico.

La tabella riportata in basso definisce indicativamente un esempio di programma di lavoro da gestire nell’arco di una settimana.

Gli esercizi devono essere semplici e di impatto moderato, ma comunque devono alzare la soglia basale.

Come ci suggeriscono gli studi scientifici è necessario introdurre oltre all’esercizio fisico anche una parte aerobica come 30 minuti di camminata veloce o di cyclette.

TABELLA INDICATIVA PER TIPOLOGIA DI ESERCIZI
Durata Circa 3 ore settimanali Almeno 30 minuti per seduta
Resistenza 8-10 esercizi con 10 ripetizioni Almeno due volte  a settimana
Flessibilità Come tollerato Almeno due volte a settimana

La cosa interessante è che gli studi confermano che il corpo si adatta rapidamente alle nuove abitudini, quindi c’è un immediato ricondizionamento rispetto ad una costante attività fisica e a buone abitudini alimentari.

Nel prossimo articolo vi illustrerò alcuni semplici esercizi per una routine di lavoro da svolgere a casa con pochissima attrezzatura.

Ecco il link per una rapida consultazione:

A presto

Questo articolo è presente anche su: APA Institute

 

 

infiammazione feat

infiammazione 01L’infiammazione è un processo fisiologico dell’organismo per neutralizzare l’azione di agenti patogeni e/o lesivi così da ripristinare le normali funzioni e la normale anatomia dei tessuti e degli organi.


Quando si può parlare di infiammazione?

Quando si ha una lesione tissutale, a causa di batteri, traumi, sostanza chimiche, tumori, reazioni immunitarie, ecc, il tessuto coinvolto mette in atto una serie di processi in grado di indurre profonde modificazioni secondarie nei tessuti adiacenti a quelli danneggiati.

L’intero meccanismo viene detto infiammazione.


Come evolve?

Può evolvere in due modi:

  • Infiammazione acuta: si risolve in qualche giorno, quindi reversibile.
  • Infiammazione cronica: dura nel tempo (mesi o anni), si automantiene, c’è una marcata proliferazione cellulare che provoca danno tessutale.

Come si manifesta l’infiammazione?

infiammazione 02Inizialmente si presenta con la classica forma:

  • Rubor (rossore)
  • Tumor (gonfiore)
  • Calore
  • Dolore

Evolve con la  -> functio laesa, ovvero la perdita o limitazione funzionale con modificazione dell’anatomia.

Un agente lesivo ha una azione sul tessuto che avviene tramite i mediatori chimici dell’infiammazione (citochine, amine vasoattive, chinine) che provocano:

  • Dilatazione dei vasi sanguigni del piccolo circolo (rossore)
  • Aumento della permeabilità dei capillari con essudazione dei liquidi e delle proteine plasmatiche negli spazi interstiziali (presenza di edema)
  • Migrazione dei leucociti (i globuli bianchi lasciano il midollo osseo per dirigersi verso la zona dell’infiammazione e danno il via al processo di difesa e riparazione)
  • Liberazione dei mediatori dell’infiammazione che tra i vari effetti hanno quello di stimolare le terminazioni nervose del dolore.
  • Rigonfiamento delle cellule del tessuto leso

Il processo infiammatorio

infiammazione 03Il processo infiammatorio stimola l’organismo alla produzione e veicolazione dei macrofagi (cellule spazzine) e dei fibroblasti che sono i “riparatori” del danno ai tessuti, mentre il sistema linfatico locale si attiva per drenare l’edema.

A volte però i macrofagi possono danneggiare anche il tessuto sano.

Il rilascio di sostanze coagulanti creano attorno alla zona infiammata una barriera “chiudendo” gli spazi interstiziali e i vasi linfatici in modo da isolarla per rallentare la diffusione di batteri e delle loro tossine.

La situazione può evolvere verso la guarigione con ritorno alla condizione iniziale o a formazione fibrosa (formazione di una cicatrice nel caso di lesione ai tessuti).

Se l’infiammazione invece è persistente la flogosi si diffonde ai tessuti circostanti e ai tessuti interstiziali, è la così detta flogosi granulomatosa, ovvero le cellule cambiano la loro conformazione e la loro normale morfologia.

Ogni reazione infiammatoria deve essere proporzionata al grado di lesione tessutale. Se non si verificasse il processo infiammatorio si creerebbe un danno al tessuto o all’organo, ma se questo processo è sproporzionato può dar luogo ad una vera e propria patologia infiammatoria.

Anche la velocità con cui si sviluppa l’infiammazione è determinante.

Alcuni batteri sono molto invasivi e generano una reazione immediata dell’organismo che argina la loro diffusione, altri invece sono meno invasivi, per cui il meccanismo di difesa è più lento e può favorire la loro diffusione ad altri tessuti.

Tra le azioni di difesa che il corpo mette in atto c’è quella di far produrre al fegato una quantità maggiore di proteine plasmatiche che hanno lo scopo di ridurre il danno ai tessuti, servono da spazzini per eliminare le scorie dei processi chimici in atto.

La più utile dal punto di vista clinico è la PCr (proteina C reattiva) perché la sua presenza nel sangue aumenta in parallelo all’evoluzione della fase acuta. Infatti è quella che spesso si richiede tra le analisi del sangue per valutare la presenza o meno di un processo flogistico (sotto gli 8 mg/L normale).

infiammazione 04A volte dopo un processo infiammatorio, per esempio un danno cutaneo, può apparire il pus sulla ferita, ciò è dovuto al fatto che le cellule guardiane e spazzine come i neutrofili e i macrofagi inglobano un elevato numero di batteri e di tessuto danneggiato e muoiono, questo così detto essudato è il pus, che può essere raccolto in una cavità o in una sacca che lentamente viene riassorbita ed eliminata dai tessuti circostanti.


Come si può manifestare l’infiammazione?

infiammazione 05Oltre che a livello locale, ci sono delle manifestazioni sistemiche legate all’infiammazione che conosciamo bene come:

  • Febbre
  • Aumento della coagulazione
  • Astenia
  • Calo ponderale
  • Anemia
  • Modificazioni metaboliche

Tutte queste manifestazioni devono essere sempre monitorate e prese in considerazione dal paziente affinché si scopra al più presto l’origine e la zona colpita dal processo infiammatorio.

In questa fase è altamente sconsigliato fare attività fisica o trattamenti di qualsiasi tipo per non favorire la diffusione dell’infiammazione.

Conoscere un processo complesso come quello che vi ho descritto è di fondamentale importanza per il terapista affinché possa gestire meglio il paziente quando arriva in studio, in modo da valutare la possibilità o meno di iniziare un percorso terapeutico senza creare effetti indesiderati.

Il paziente invece deve essere messo a conoscenza di tali processi in modo da fornire al terapista le giuste informazioni e cogliere anche quei particolari che possono essere determinanti nel processo di guarigione.

Gli esercizi per le problematiche di anca, sono semplici ma efficaci da usare come programma sia terapeutico che di mantenimento.

Il trattamento conservativo delle problematiche di anca richiede, oltre che un corretto e specifico intervento da parte del fisioterapista o osteopata, una buona parte di lavoro attivo svolto dal paziente che comprende una serie di esercizi (da svolgere anche a domicilio) che hanno lo scopo di stabilizzare l’articolazione e rendere più elastici quei muscoli che risultano più tesi e accorciati.

Dato che l’anca fa parte di un complesso articolare che comprende il bacino e la colonna lombare, e con il quale lavora in sinergia, non ci si può fermare ad un semplice lavoro su ogni singolo muscolo ma bisogna intervenire su più catene muscolari per avere un’efficacia maggiore.


Per approfondire l’argomento vi invito alla lettura di un mio precedente articolo

DOLORE ALL’ANCA – L’IMPINGEMENT FEMORO-ACETABOLARE


 

Gli esercizi che vi propongo ne sono un esempio.

Sono esercizi semplici ma efficaci che qualsiasi individuo può ripetere e usare come programma sia terapeutico che di mantenimento.

In alcuni casi l’utilizzo di pesi o elastici che possano aumentare progressivamente il carico può essere un buon modo di lavorare gradualmente sulla forza.

La cosa importante di cui tener conto e che ripeto ogni volta che propongo un programma di lavoro attivo è LA REGOLA DEL NON DOLORE.

Ovvero durante gli esercizi non deve mai comparire il dolore, soprattutto quello che è stato il motivo della consultazione sanitaria, in questo caso meglio rivolgersi al professionista sanitario di riferimento che modulerà il programma di lavoro.

Si può usare la sequenza classica del 3 serie da 10.

Nelle fasi più avanzate, in cui si vuole lavorare un pò di più sulla forza si può usare uno schema progressivo, per esempio: 1° serie 500g, 2° serie 1kg, 3° serie 1,5kg.

Ogni esercizio può essere eliminato dalla sequenza o modificato in base alle proprie esigenze e capacità.

Iniziamo con gli esercizi

1. Nella prima fase si inizia con un leggero riscaldamento composto da tre semplici esercizi come sedersi e alzarsi da una sedia, salire e scendere da un gradino, tenere la posizione accovacciata per qualche secondo


2. Dalla posizione eretta a gambe leggermente divaricate mi fletto prima su un ginocchio e poi sull’altro in maniera alternata, avendo cura di mantenere le punte dei piedi rivolte in avanti.

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 02


3. All’esercizio precedente aggiungiamo la posizione con le mani tese in avanti o sollevate verso il soffitto, si esegue lo stesso movimento tenendo contratta la parete addominale.

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 03


4. Con la schiena appoggiata ad una parete mi piego sulle gambe (mai superare i 90° di flessione delle ginocchia) e tengo la posizione per qualche secondo. Si può cominciare con 10 secondi fino a salire a piacimento.

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 04


5. Dalla posizione eretta, con uno scalino davanti, faccio dei leggeri affondi allungando leggermente il passo, tengo per qualche secondo il peso sulla gamba anteriore e torno in posizione di partenza.

L’utilizzo del bastone è facoltativo, controllare sempre la giusta contrazione della parete addominale e la posizione del busto che deve essere eretto e non piegato in avanti.

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 05


6. Dalla posizione eretta, con le braccia stese in alto e l’addome contratto, faccio un passo lungo in avanti e un affondo fino quasi a toccare terra con il ginocchio posteriore, e torno in posizione iniziale.

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 06


7. Dalla posizione eretta sollevare la gamba come per scavalcare l’ostacolo fino quasi a toccare terra con il piede che avanza e ritorno in posizione di partenza.

L’uso del bastone è facoltativo, la contrazione dell’addome durante l’esercizio è necessaria.

Nelle fasi avanzate si può fare con le braccia stese verso il soffitto.

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 07


8. Con un piede su un gradino e l’altro furi compio un movimento come per scendere fino a sfiorare il pavimento e ritorno in posizione di partenza.

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 08


9. Dalla posizione eretta con le braccia stese verso il soffitto e le gambe leggermente divaricate, scendo con le braccia mentre sollevo il ginocchio in alto con il leggero slancio.

In base alle proprie capacità posso anche andare sulla punta durante lo slancio.

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 09


10. Da terra, come nella figura a sinistra, apro le gambe il più possibile senza mai staccare i piedi l’uno dall’altro. Nelle fasi più avanzate posso usare un elastico di varia resistenza attorno alle ginocchia.

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 10


11. Dalla posizione di partenza, come nella foto a sinistra, sollevo il bacino da terra. Nelle fasi più avanzate posso tenere la posizione per alcuni secondi.

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 11


12. Dalla posizione supina a ginocchia flesse sollevo il sedere dal pavimento e tengo la posizione per pochi secondi.

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 12a

Nelle fasi più avanzate, dopo aver sollevato il sedere, stacco un piede da terra

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 12b


13. Dalla posizione quadrupedica allungo un braccio in avanti e la gamba opposta indietro tenendo per qualche secondo la posizione.

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 13


Non dimentichiamo lo stretching

Come ogni buona sequenza di esercizi si conclude con una parte di stretching per migliorare l’elasticità dei muscoli e la mobilità articolare.

 

ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 18 ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 17 ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 16 ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 15 ESERCIZI NELLE PROBLEMATICHE DI ANCA 14

 

 

BIBLIOGRAFIA:
• Treinamento do core anatomia ilustrada – A. Ellsworth – Manole
• The Hip and Pelvis in Sports Medicine and Primary Care – P. Seidenberg, J. Bowen – Springer, 2010

La patologia dell’impingement femoro-acetabolare (FAI), oggi considerata la causa principale di artrosi secondaria, è stata descritta per la prima volta nel 1992.

L’impingement

Con il termine impingement si definisce una condizione in cui si crea un “conflitto” tra strutture anatomiche a ridosso di un’articolazione, questo può avvenire durante un movimento semplice o forzato.

Inpingement_femoro_acetabolare_01Il FAI si crea per un anomalo contatto tra la base della testa del femore ed il bordo dell’acetabolo.

L’articolazione dell’anca è formata dalla testa del femore che si articola con una cavità dell’osso iliaco del bacino detta acetabolo.

Tra la testa del femore e l’acetabolo si interpone una struttura fibrocartilaginea detta labbro acetabolare.

Due forme principali di FAI sono state descritte:

  • PINCER: il bordo acetabolare è più sporgente. Ciò provoca un conflitto tra la base della testa del femore ed il bordo dell’acetabolo tale da produrre una lesione del labbro acetabolare, calcificazioni, osteoartrite degenerativa. Più comune nelle donne adulte (età media 40anni, rapporto 3:1 con i maschi).
  • CAM: deformità della base della testa del femore che perde la sua forma sferica normale. Essa fisiologicamente si restringe gradualmente verso il collo assumendo la forma di una lampadina, proprio per ridurre il contatto tra i capi ossei. La “sporgenza” che si viene a creare collide con il bordo acetabolare e la cartilagine articolare. Più comune negli uomini giovani (età media 32 anni, rapporto 14:1 con le donne)

Inpingement_femoro_acetabolare_02

Spesso è comune avere entrambe le forme, avremo quindi una condizione di FAI misto.

Una grossa percentuale di pazienti asintomatici, di solito di giovane età, presentano i segni radiologici di un FAI, che si può manifestare in età adulta, non manifestarsi mai, o esordire direttamente con i sintomi e i segni di degenerazione articolare in età adulta.

I pazienti con FAI sintomatico presentano dolore all’anca o all’inguine che esordisce in maniera subdola (raramente acuta), aggravato dall’attività fisica o da funzioni quotidiane (mettersi le scarpe o i calzini) che prevedono una forzata flessione della coscia sul tronco, questo movimento risulterà il più doloroso insieme alle rotazioni del femore verso l’interno.

Nel tempo si verifica una netta riduzione dell’articolarità.

Altre situazioni che scatenano il dolore sono il rialzarsi dopo essere stati seduti a lungo, così come salire le scale o camminare in salita.

Scrosci articolari sono udibili se sono presenti lesioni al labbro, calcificazioni o degenerazioni cartilaginee.

Inpingement_femoro_acetabolare_03Le lesioni a carico del labbro acetabolare sono molto frequenti nei danzatori, nei calciatori, nei tennisti, in chi pratica arti marziali e nei golfisti a causa della ripetitività del gesto atletico. La fascia di età media in cui si presenta tale lesione è di circa 40 anni.

Esiste una condizione di impingement funzionale nella quale non risultano malformazioni ossee, né della testa del femore né dell’acetabolo.

In questo caso durante il movimento di flessione estrema (la gamba che si avvicina al tronco) il femore che dovrebbe scivolare leggermente indietro non compie tale movimento e si crea un conflitto anteriore tra il femore stesso, la capsula articolare ed il bordo dell’articolazione.

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a pazienti giovani di solito corridori o danzatori.

Lo squilibrio muscolare, in particolare la perdita di forza del medio gluteo, non riesce a proteggere l’articolazione da eventuali disfunzioni che possono generare un conflitto articolare.

È importante riconoscere precocemente tali disfunzioni per evitare problemi articolari degenerativi.

L’esame clinico e funzionale in un FAI prevede:

  • Valutazione della completa articolarità dell’anca.
  • Valutazione dell’articolarità del ginocchio, del bacino e della colonna per escludere patologie concomitanti.
  • Valutazione della deambulazione.
  • Valutazione della forza muscolare selettiva per ogni muscolo o di gruppi muscolari sinergici.

Specifici segni e test ci permettono di accertare la presenza o meno del FAI:

  • Segno di Trendelenburg
  • Faber test
  • Faddir test (anteriori hip impingement test)
  • Posterior impingement test

La diagnosi e il trattamento

La diagnosi si avvale di esami diagnostici standard, la RX (con immagini assiali oblique parallele al collo femorale) è utile per le deformazioni ossee, la RM  per i danni alle strutture molli come le lesioni del labbro acetabolare.

Il trattamento conservativo, soprattutto nei pazienti giovani, è la prima cosa da fare nei casi di FAI.

Il supporto con farmaci antinfiammatori può essere utile nei periodi di acuzie del dolore.

La terapia manuale è utilissima per ridurre tutte le tensioni tessutali presenti ed assicurare una corretta mobilità articolare proprio per evitare il conflitto. Inoltre normalizza tutte le disfunzioni che alterano la posizione reciproca dei capi articolari.

Si procede con una serie di esercizi che mirano ad un corretto equilibrio muscolare e alla stabilità del core (tronco), del bacino e dell’anca, associando stretching dei gruppi muscolari troppo forti e accorciati.

È fondamentale una corretta attivazione dei glutei che ci permette di ridurre il carico sul labbro acetabolare e ridurre l’impingement.

I pazienti con FAI di solito hanno dei movimenti ben specifici che creano dolore, è utile quindi consigliare la giusta attività fisica che riduca il più possibile la possibilità di ricreare il movimento che genera l’impingement.

La chirurgia

Inpingement_femoro_acetabolare_04Se il trattamento conservativo non da buoni risultati il trattamento chirurgico è consigliabile.

Questo ha lo scopo di ripristinare la normale anatomia dell’articolazione, correggere le eventuali lesioni del labbro ed eliminare le calcificazioni.

Prevede di solito un accesso artroscopico.

Il trattamento riabilitativo post-chirurgico deve essere mirato e specifico, possibilmente in prima battuta concordato con il chirurgo per stabilire i tempi di recupero in base alla tipologia di intervento e definire i tempi per ripristinare il carico articolare.

 


Vi invito alla lettura di un altro articolo, nel quale vi illustro quali sono gli esercizi da seguire in autonomia utili sia per la prevenzione sia per il trattamento delle problematiche di anca.

Cos’è la sindrome della cuffia dei rotatori

Cuffia rotatori 01Tra i tanti problemi che possono colpire l’articolazione della spalla, quella più frequente è sicuramente la così detta sindrome della cuffia dei rotatori (SCR).

In un solo termine vengono raggruppate una serie di patologie che hanno in comune una tendinopatia dei muscoli che “avvolgono” l’articolazione e che formano appunto la così detta cuffia.

La salute della spalla dipende dalla stabilità data dai tessuti molli e particolarmente dai muscoli che la circondano.

Lesioni o danni a queste strutture causano perdita delle normali funzioni articolari e dolore.

Questa condizione patologica è molto frequente nei soggetti dopo i 40 anni di età (se consideriamo solo le problematiche degenerative e non i traumi).

Circa il 28% dei soggetti sopra i 60 anni ha una lesione ai tendini della cuffia dei rotatori. Il 65% dei soggetti di età superiore ai 70 ha uno strappo a tutto spessore di uno dei tendini interessati.

Spesso è bilaterale (50% dei pazienti sopra i 60 anni), ma nel 56% dei casi è asintomatica.


Le cause

Le cause possono includere fattori intrinseci all’articolazione o estrinseci.

I primi sono tipicamente a carico della regione del muscolo sopraspinoso (e del suo tendine), che col passare del tempo presenta una diminuzione dell’apporto sanguigno da parte dei capillari arteriosi.

Gli altri includono problemi di assottigliamento dei legamenti che circondano l’articolazione, infiammazione della borsa sierosa (borsite sub acromiale) e anomalie della forma dell’acromion che è l’osso che sovrasta l’articolazione.

Cuffia rotatori 02Tra le patologie che coinvolgono la cuffia dei rotatori la sindrome da impingement è la più diffusa.

È data da un conflitto che si viene a creare  tra le strutture tendinee (particolarmente del tendine del muscolo sovraspinoso) e la parte ossea della scapola (l’acromion) che lo sovrastano.

Una ulteriore causa è l’accumulo di calcio attorno ai tendini.

Questo accumulo creerà un tendinopatia calcifica, che può rimanere asintomatica a lungo (a volte si risolve spontaneamente) o causare una sintomatologia acuta con dolore severo.

Cuffia rotatori 03La Sindrome della cuffia dei rotatori  inizia con una lieve irritazione dei tendini, con possibile edema,  che diventa poi una tendinosi (fase degenerativa e fibrosi).

Progredisce poi verso una parziale lacerazione che nel tempo può diventare importante tanto da coinvolgere il tendine su tutto il suo spessore e creare un distacco.

I tendini maggiormente coinvolti sono statisticamente il sovraspinoso, il sottospinoso, il sottoscapolare e poi il tendine del capo lungo del bicipite.

Solitamente le lesioni massive si verificano nei soggetti che hanno sottovalutato i sintomi iniziali, o se si associa ad una condizione degenerativa, un trauma o un’alterazione della morfologia dei profili ossei che compongono l’articolazione.

Le lesioni possono variare da meno di 1 cm e raggiungere quasi i 5 cm.


La sintomatologia della sindrome della cuffia dei rotatori

Cuffia rotatori 04Il dolore tipico della Sindrome della cuffia dei rotatori (SCR) è sordo, localizzato sull’articolazione e leggermente laterale.

Viene aggravato dalle attività che richiedono sforzi dei muscoli coinvolti, movimenti con il braccio sollevato o in apertura del braccio stesso.

Spesso notturno tanto da svegliare il paziente o se si svolgono attività faticose e ripetitive (per esempio stirare).

Se il dolore persiste a volte si irradia fino al gomito o alla mano (dal lato del pollice) anche a riposo.

Nel tempo vengono coinvolti i muscoli del dorso e del collo a causa dei compensi che il soggetto attua per sfuggire al dolore e questo scaturisce in dorsalgie o cervicalgie secondarie.

Se il paziente non ricorre alle necessarie cure nel tempo si creerà una rigidità della capsula articolare (il manicotto legamentoso che avvolge tutta l’articolazione).

Questo limiterà notevolmente i movimenti tanto da non permettere di svolgere le normali attività quotidiane, anche le più banali come pettinarsi o lavarsi.

La cronicizzazione della patologia porta alla atrofia dei muscoli con conseguente infiltrazione di grasso tra le fibre muscolari.


La diagnosi

Cuffia rotatori 05L’esame diagnostico prevede una batteria di test che ci aiutano ad individuare se la causa è all’interno dell’articolazione o meno, e quali strutture sono più coinvolte.

Le indagini radiografiche di supporto ci vengono in soccorso per quantificare e localizzare meglio una eventuale lesione.

La risonanza magnetica è sicuramente l’esame di elezione, solo nel caso si sospetti una tendinopatia calcifica è meglio ricorrere ad radiografia standard.


Il trattamento

Il trattamento primario è sicuramente quello conservativo, che prevede il recupero della mobilità e della forza dei muscoli coinvolti ristabilendo la normale biomeccanica articolare e muscolare che può essere alla base di un processo degenerativo precoce.

Un trattamento tempestivo migliora la prognosi.

Un programma riabilitativo che tiene conto della causa che ha generato la patologia è oggi fondamentale e spesso risolutivo.

Non vanno sottovalutati gli eventuali compensi che la struttura mette in atto per diminuire il dolore, quindi necessariamente si devono trattare tutte le articolazioni vicine alla spalla e spesso la colonna cervicale e quella dorsale risultano coinvolte.

Nel caso la fisioterapia risulti poco efficace si può ricorrere all’aiuto di farmaci antinfiammatori o a infiltrazioni locali di anestetico e di acido ialuronico.

Se il dolore persiste nonostante i trattamenti conservativi si procede al trattamento chirurgico e ad un successivo recupero funzionale post-operatorio. I tempi di recupero variano dai 3 ai 6 mesi in base all’entità della lesione ed al tipo di intervento chirurgico.


Sempre in tema “spalla”, suggerisco la lettura anche di: Mouse shoulder: spalla dell’impiegato

 

Articolo presente anche su: apainstitute.it