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Mouse shoulder (o spalla dell’impiegato)  è il termine anglosassone per descrivere una serie di disturbi specifici a carico del cingolo scapolare (spalla/scapola) e del collo, che colpiscono le persone che utilizzano il computer per molte ore al giorno.

spalla_impiegato_01Oltre ad essere una condizione che peggiora la qualità di vita dell’individuo ha una ricaduta importante sui costi sociali legati alle ore di assenza dal lavoro e ai costi relativi alla spesa sanitaria (negli Stati Uniti si stima che questo ha una ricaduta economica di circa 50 miliardi di dollari l’anno).

Le cause

Di solito è un dolore che colpisce un lato del collo e si irradia sulla spalla e può arrivare alla mano, è descritto come un bruciore o un dolore profondo. Senza i dovuti accorgimenti può durare per settimane o mesi e se cronicizza  basta un’ora circa di uso del computer (del mouse) per scatenare la sintomatologia.

Il cingolo scapolare è una zona che oggi è esposta a problematiche frequenti, dovute a fattori ambientali, posturali, da sovraccarico o traumi. È una struttura che riveste un importante significato sia funzionale sia comportamentale e di relazione con l’ambiente che ci circonda.

A proposito del rapporto funzionale tra spalla e rachide cervicale abbiamo una serie di relazioni che legano queste due zone anatomiche:

  • Meccanica: la spalla si articola con la zona toracica attraverso la clavicola ed è “sospesa” al collo attraverso numerosi muscoli e fasce.
  • Neurologica: il plesso cervicale e quello brachiale sono dei “gruppi” di nervi che fuoriescono dalle vertebre cervicali e arrivano ad innervare numerose strutture anatomiche in intima relazione con la spalla.
  • Fluidica: così come fanno i nervi, importanti strutture vascolari passano alla base del collo e salgono verso la cervicale o verso la spalla.

spalla_impiegato_02Se invece ragioniamo secondo schemi più globali ci rendiamo conto di come la spalla e la cervicale siano coinvolte reciprocamente e contemporaneamente in problematiche relative a tensioni e scompensi di catene miofasciali più complesse.

La postura

Un esempio è lo schema posturale detto “upper crossed sindrome”, in cui aumenta la cifosi dorsale e la testa si sposta in avanti con uno squilibrio muscolare evidente tra catene anteriori e posteriori.

Se pensiamo a quante ore passiamo davanti agli schermi dei PC, dei tablet o degli smartphone, ci rendiamo conto di come schemi posturali alterati vengano costantemente alimentati.

In questi casi il fattore tempo è determinante, ovvero, non conta “in che posizione mi metto” ma quanto tempo ci sto in quella posizione.

Quando si sta davanti al PC di solito si tiene il mouse lontano dal corpo.

I muscoli tra il collo e la spalla pian piano si contraggono per sostenere il peso del braccio, mentre quelli che tengono in posizione l’omero nell’articolazione tendono ad indebolirsi. Si capisce come tenere tale posizione per molte ore provoca sicuramente dei problemi.

Tenere il mouse costringe i muscoli del collo e del torace a sostenere il peso del braccio.

I sintomi

I sintomi più comuni della “spalla dell’impiegato” sono:

  • Dolore alla spalla con la quale si usa il mouse con sensazione di bruciore
  • Rigidità e dolore nella zona dorsale e attorno alle scapole
  • Dolore che si irradia alla mano con formicolio
  • Dolore al polso
  • Contratture muscolari diffuse o specifiche
  • Perdita di forza alla mano
  • Cefalea
  • In alcuni casi si possono formare delle cisti tendinee attorno al polso

La diagnosi

Dato che l’origine muscolare è sicuramente una delle cause, l’esame clinico rivela punti dolorosi e zone di tensione su muscoli come il trapezio, deltoide, sopraspinoso, elevatore della scapola, muscoli paraspinali e romboidi.

I test di mobilità ci mostrano una perdita di movimento della zona dorsale media e alta (soprattutto in flessione ed estensione) e della colonna cervicale (in rotazione). Saranno presenti disfunzioni specifiche su determinate vertebre sia dorsali che cervicali.

Le costole alte risultano meno mobili a causa della tensione dei muscoli anteriori del collo, spesso questo è responsabile dei formicolii al braccio o della sensazione di mano gonfia.

I test sulla spalla possono essere positivi rispetto a condizioni di tendinosi da sovraccarico (vanno sempre svolti per verificare se ci sono eventuali lesioni tendinee pregresse) o comunque mostrare limitazioni articolari.

Dato che i muscoli attorno all’articolazione sono costantemente in tensione, perderanno la loro efficacia nelle loro funzioni di stabilizzatori articolari per assicurarne il corretto movimento.

Il trattamento

Il trattamento farmacologico si è dimostrato utile solo per gestire la situazione temporaneamente (per qualche ora) e risulta un rimedio esclusivamente sintomatico.

L’approccio fisioterapico/osteopatico invece può fare la differenza nella prognosi di questa condizione patologica. L’obiettivo terapeutico prevede il trattamento di tre zone chiave come la zona toracica e costale alta, il tratto cervicale e l’articolazione della spalla.

Si devono necessariamente normalizzare tutte le disfunzioni articolari delle zone interessate. Le vertebre coinvolte saranno tutte quelle della colonna cervicale e le prime vertebre toraciche (da D1 a D4).

Essendo coinvolte queste vertebre si lavorerà necessariamente anche sulle costole alte.

L’articolazione della spalla va valutata e trattata per quelle che saranno le alterazioni della normale funzione fisiologica.

Il trattamento muscolare e fasciale prevede la gestione delle rigidità e delle tensioni accumulate in modo da rendere i tessuti più elastici.

Spesso il solo trattamento manuale non è sufficiente ad avere risultati sul lungo periodo.

E’ utile quindi programmare con il paziente una serie di esercizi e consigliare dei comportamenti da utilizzare nella vita quotidiana che vedremo nel dettaglio nella seconda parte dell’articolo.

EPICONDILITE – EPITROCLEITE

EPICONDILITE – EPITROCLEITEOggi parliamo di Epicondilite – Epitrocleite. Conosciamola meglio.

Cos’è l’epicondilite?

L’epicondilite è una entesopatia, ossia una problematica a carico di un tendine o un legamento nel punto in cui si inserisce sull’osso. Si parla di epicondilite perché vengono interessati i tendini che si inseriscono sugli epicondili del gomito:

  • Epicondilite laterale
  • Epicondilite mediale (epitrocleite)

Cause e sintomi

Molti autori concordano sul fatto che si tratti di una patologia degenerativa del tendine e non di una infiammazione (quindi il termine tendinite sarebbe improprio), poiché non è rilevata la presenza dei mediatori dell’infiammazione ma si crea un irrigidimento dei vasi capillari che portano il sangue al tendine, quindi la carenza di nutrimento danneggia il tessuto tendineo stesso.

Questo sarebbe dovuto ad un uso eccessivo e ripetuto che genera microtraumi e sovraccarichi o ad un trauma acuto. Più aumenta la durata e l’intensità del dolore e maggiore sarà la proliferazione degli agenti enzimatici che causano la rigidità capillare.

La scarsa vascolarizzazione oltre a generare un danno al tessuto è causa stessa di dolore data la mancanza di apporto sanguigno alle componenti nervose locali.

Concorrono nelle cause anche problemi di origine metabolica sistemica come il diabete (problemi vascolari e neurologici).

A volte può essere un sintomo secondario di patologie a carico dell’articolazione come artrosi importante, lesioni legamentose o intrappolamento del nervo periferico (mediano, ulnare o radiale), quindi sono cause che esulano dal problema tendineo.

I sintomi sono il dolore locale alla palpazione o al movimento, dolore spontaneo che si irradiato sopra o sotto il gomito, deficit delle funzioni articolari o della manualità, a volte gonfiore.

EPICONDILITE LATERALE

EPICONDILITE – EPITROCLEITE 02Conosciuta come ‘’gomito del tennista’’ (il 50% dei tennisti ne soffre), il 95% dei soggetti con epicondilite non gioca a tennis (comune nei violinisti, casalinghe, impiegati). L’incidenza è tra 1% e 3% nella popolazione adulta. Coinvolge la parte esterna del gomito, lì dove si uniscono i tendini estensori del polso.

Il paziente non riesce a stringere la mano forzatamente, a stendere il polso o a ruotare contro resistenza il palmo della mano verso l’alto.

Il dolore è localizzato subito dietro o sotto l’epicondilo (circa 1-2 cm, se più distante probabili altre cause), spesso è urente e irradiato sul dorso della mano. Presente nelle azioni quotidiane come prendere una tazzina di caffè.


EPICONDILITE MEDIALE (EPITROCLEITE)

EPICONDILITE – EPITROCLEITE 03Anche conosciuta come gomito del golfista, coinvolge la parte interna del gomito, dove si inserisce il gruppo dei muscoli flessori del polso.

Meno comune dell’epicondilite, ha però in comune le cause.

Il paziente non riesce a stringere la mano forzatamente, a piegare il polso o a ruotare il palmo verso il basso contro resistenza. Presente nelle azioni quotidiane come afferrare oggetti.

Il dolore maggiore è presente 1-2 cm dall’epitroclea, si può irradiare sulla faccia interna dell’avambraccio o verso l’alto. A volte viene confuso con un tunnel carpale con il quale ha in comune la difficoltà nelle attività manuali. Nelle situazioni croniche il paziente non riesce ed estendere completamente il gomito senza dolore.


La diagnosi dell’epicondilite

La diagnosi si basa sui segni clinici e sui sintomi, può essere supportata da ecografia per valutare lo stato di salute dei tessuti molli e le eventuali alterazioni della loro struttura se la situazione è cronica. La risonanza magnetica è utile per escludere altre cause concomitanti come borsiti o implicazione legamentosa, l’RX ci aiuta a valutare i profili articolari e le eventuali alterazioni strutturali come l’artrosi.

Il trattamento

Il trattamento prevede un lavoro sulla parte muscolare e fasciale affinchè si riducano le forze che sovraccaricano la zona interessata, riducendo la resistenza dei tessuti. Tutte le tecniche che stimolano la vascolarizzazione locale possono essere utili.

L’esercizio terapeutico è necessario per il ripristino della funzione muscolare e articolare, la terapia manuale invece è molto efficace per migliorare l’elasticità dei tessuti e diminuisce le tensioni locali favorendo anche una migliore vascolarizzazione. Il terapista deve essere attento a considerare il meccanismo che crea il sovraccarico non solo a livello locale ma deve valutare il corretto funzionamento delle catene cinetiche muscolari che coinvolgono tutto l’arto superiore compresa la scapola e la zona cervicale e trattare le eventuali disfunzioni.

Fisioterapia gomito del tennista

Il trattamento precoce influisce in maniera determinate sulla progressione della patologia e sui tempi di recupero. Di solito sono problemi che se trattati entro sei settimane dall’esordio dei sintomi hanno una buona prognosi.

tutoreAnche l’utilizzo di FANS o di terapie antinfiammatorie locali può essere utile (nonostante non sia un problema di base infiammatoria) perché vanno a diminuire l’irritazione dei tessuti circostanti che inevitabilmente sono in difficoltà. L’utilizzo di tutori che mettono “a riposo” la giunzione tendinea può avere un’efficacia soggettiva e dipendente dalle attività che il paziente svolge.

Raramente e solo nei casi cronicizzati e che non rispondono ai trattamenti è utile l’utilizzo di docce per immobilizzare l’articolazione. Così come l’utilizzo di corticosteroidi locali (infiltrazioni) sono indicati laddove le terapie conservative non hanno avuto successo.

L’intervento chirurgico è l’ultima ratio nei casi cronici, resistenti ad ogni trattamento con grosse limitazioni funzionali.

 

 

 

Il coccige è l’osso che si trova all’estremità bassa dell’osso sacro con il quale si articola, è composto da 3-5 vertebre fuse tra loro e fornisce l’attacco a numerosi legamenti e muscoli del pavimento pelvico.

Quando il coccige è interessato da problemi irritativi, da sovraccarico o da un trauma avrà origine il dolore, allora parleremo di una Coccigodinia 01condizione dolorosa chiamata coccigodinia, a volte facile da risolvere, altre volte invalidante per il paziente e difficile da affrontare per il professionista della salute.

Attorno all’articolazione tra osso sacro e coccige è presente un gruppo di nervi, il plesso pudendo e la terminazione del tronco del sistema nervoso simpatico, che spesso sono causa di dolori che interessano la zona pelvica.

Il coccige può compiere movimenti minimi di flesso/estensione, la flessione avviene grazie alla contrazione dei muscoli del pavimento pelvico, l’estensione avviene passivamente durante la defecazione ed il parto.

Oltre ai legamenti e ai muscoli del pavimento pelvico, una serie di fasce e di muscoli (importanti come il grande gluteo) lo  circondano.

La sua posizione, le sue caratteristiche anatomiche e biomeccaniche, la connessione con strutture importanti lo predispongono a varie condizioni che possono interferire con la sua integrità.

Coccigodinia 02Circa il 60%-70% dei casi di coccigodinia avviene per traumi, stiamo parlando della caduta “sul sedere”, il dolore solitamente è immediato, altre volte è lieve ma rimane una condizione latente che si manifesta anche dopo 2/3 anni.

Successivamente ad un trauma, oltre all’irritazione dei tessuti si può verificare che il coccige perda il suo normale contatto con il sacro e cambi il suo orientamento normale, parleremo allora di lussazione o sub-lussazione.

Altre cause di coccigodinia possono essere l’eccessiva perdita o l’eccessivo aumento di peso, patologie degenerative articolari, problematiche a carico del pavimento pelvico, fistole sacrali o ascessi.

Le fratture del coccige sono rare. L’irritazione da sovraccarico può essere causa di dolore al coccige, pensiamo alle situazioni in cui la pressione sulla zona è costante come quando si sta troppo tempo seduti soprattutto su superfici inadatte o si fanno sport come il ciclismo o l’equitazione.

In questi casi i tessuti molli che circondano l’osso vanno incontro a microtraumi continui e ad irritazione.

La coccigodinia, senza traumi precedenti, può essere causata da vari fattori, può essere successiva a violenti colpi di frusta o causata da problemi di origine lombo-sacrale (può infatti migliorare con dei trattamenti su questa zona).

Coccigodinia 03L’articolazione fra coccige e osso sacro può andare incontro a processi degenerativi e infiammatori anche cronici, o addirittura borsiti (infiammazione delle borse sierose di scorrimento).

Nelle donne la coccigodinia può essere successiva al parto per cause soprattutto meccaniche e irritative. I soggetti con problemi in zona ano-rettale possono soffrirne a causa dell’irradiazione del dolore.

Sono descritti anche casi di coccigodinia essenziale (senza causa certa) che sono state associate a reazioni psicosomatiche successive ad un lutto o al divorzio.

Ci sono delle situazioni congenite in cui il coccige si trova più in flessione del normale e negli anni questo mal posizionamento può essere causa di dolore.

Il dolore della coccigodinia si manifesta soprattutto quando si sta seduti, quindi quando c’è contatto diretto, si riduce rimettendosi in piedi o riducendo la pressione sulla zona.

Se c’è una lussazione il dolore è presente anche al cambio di posizione o nel rialzarsi dalla sedia. La tosse, gli starnuti, la defecazione o i rapporti sessuali sono tutte situazioni che possono aumentare il dolore.

Coccigodinia 04Molti problemi viscerali come fistole anali, cisti, prostatiti, emorroidi, problemi ginecologici o rettali possono “mimare” un dolore al coccige che non avrà quindi un’origine muscolo-scheletrica.

In fase di valutazione clinica bisogna sempre interrogare il paziente su eventuali problemi correlati per una corretta diagnosi differenziale.

La valutazione prevede la palpazione di tutta l’area per cercare i punti più dolenti, questi di solito si  individuano all’apice del coccige e/o sui tessuti circostanti.

Si valuta sempre il corretto movimento articolare in relazione all’osso sacro e la tensione dei muscoli, dei legamenti e delle fasce che possono essere tesi e accorciati e possono presentare essi stessi punti dolorosi soprattutto sui margini laterali dell’osso.

Per accertare la diagnosi possono essere utili più indagini strumentali che devono comunque essere sempre affiancati da una corretta valutazione clinica.

Le radiografie ci mostrano la corretta posizione del coccige e i suoi rapporti con l’osso sacro.

E’ consigliabile sottoporsi ai raggi X sia in posizione eretta che da seduti, in quest’ultima posizione la lussazione in flessione può risultare più evidente.

La risonanza magnetica può essere utile per escludere problemi che interessano i tessuti circostanti l’osso.

La coccigodinia risponde bene al lavoro manuale. Generalmente il trattamento prevede una serie di tecniche sull’articolazione tra osso sacro e coccige per ridurre le disfunzioni potenziali che ne alterano il movimento.

Nei casi di lussazione o sub-lussazione bisogna ristabilire il normale rapporto articolare altrimenti il problema facilmente diventa cronico, i risultati del trattamento di solito sono immediati e definitivi.

Oltre all’articolazione vengono trattati necessariamente tutti i tessuti attorno compresi i muscoli del pavimento pelvico che facilmente troveremo contratti e accorciati così come una serie di strutture legamentose e fasciali che arrivano sul coccige e che  sono fonte di tensioni, di restrizioni di movimento e che possono essere responsabili del dolore (diretto o irradiato  sugli stessi tessuti circostanti).

Il lavoro riflesso sull’osso sacro è utile a ridurre il segnale doloroso sui nervi che circondano la zona.

È necessario controllare tutte le strutture che hanno a che fare con il bacino (sacro, colonna lombare e anche) perché potremmo trovare la causa o le concause che alimentano la situazione dolorosa.

In alcuni casi è utile consigliare esercizi a casa per il recupero del tono dei muscoli del pavimento pelvico come per esempio gli “esercizi di Kegel”.

Nella fase acuta o sub-acuta è utile consigliare al paziente l’uso di cuscini ad anello da utilizzare sempre quando si sta seduti.

Se al termine di almeno un ciclo di trattamenti manuali la sintomatologia è refrattaria si può associare la terapia fisica con l’uso di ultrasuono o laser terapia, o si consigliano infiltrazioni locali di anestetico o di corticosteroidi.

cefalea feat

Oggi parliamo di cefalea cervicogenica, meglio conosciuta come mal di testa da cervicale.

Cos’è la cefalea cervicogenica?

La cefalea cervicogenica è una sindrome caratterizzata da dolore emicranico cronico che può essere riferito su tutte le strutture ossee e i tessuti molli del cranio e del collo. Spesso si irradia sulle branche trigeminali del viso (1) .

È al terzo posto per incidenza tra le cefalee secondarie. Si stima che ne può soffrire circa il 2.5% della popolazione, con una prevalenza tra i 40 e 50 anni di età e un rapporto donna-uomo di 4:1.

Le condizioni fisiopatologiche e l’origine di tale sindrome è ancora dibattuta, dato che non è chiaro se ciò dipende dalle strutture muscolari, nervose, ossee, articolari e vascolari del collo (o c’è una commistione di cause concomitanti).

Gli studi ci dicono che il 64% circa delle emicranie è accompagnato da dolore cervicale e rigidità muscolare, il 39% riferisce questi sintomi come prodromi (sintomi iniziali), il 31% racconta che permangono anche dopo l’attacco emicranico.

In un altro studio, il 69% dei pazienti ha descritto il dolore come “opprimente”, il 5% “pulsante”, il 17% riferisce senso di pesantezza. Il dolore al collo era unilaterale nel 57% degli intervistati, il 98% dei quali ha riferito che si è verificato dallo stesso lato del mal di testa.

Cause e sintomi

Come in tutte le emicranie spesso si riscontra un alterato atteggiamento della colonna cervicale (e dorsale), alta dolorabilità dei muscoli del collo con presenza di punti molto doloranti al tatto. Nelle fasi avanzate e cronicizzate si confonde o si associa alla cefalea miotensiva (2).

cervicalgia

Essendo coinvolte le strutture del collo, all’origine di queste cefalee può esserci un trauma come per esempio un colpo di frusta, ma queste rappresentano solo una piccola parte.

Il dolore può partire dalla base del collo, dalla zona intermedia o dalle cervicali più alte è si irradia alla base della nuca, nella zona occipitale, all’apice del cranio fino ad arrivare all’occhio.

L’elenco ci descrive meglio la clinica:

  • Dolore unilaterale alla testa o al viso, può occasionalmente essere bilaterale
  • Dolore localizzato alla nuca, alla fronte, attorno all’orecchio o intorno all’occhio
  • Dolore di intensità da moderata a grave
  • Attacchi intermittenti di dolore che può durare da ore a giorni oppure dolore costante con attacchi sovrapposti
  • Il dolore è generalmente profondo e non palpitante, lo può diventare quando gli attacchi si sovrappongono
  • Il dolore alla testa è innescato dal movimento del collo, da posture del collo sostenute o scomode, dalla pressione sulla zona nucale o sulle vertebre più alte; tosse o starnuti possono scatenare dolore
  • I movimenti del collo risultano ridotti o comunque rigidi
  • A volte gli attacchi si associano ai sintomi come nausea, vertigini, fotosensibilità, vista offuscata o lacrimazione

*Modified from Biondi DM: Cervicogenic headache: mechanisms, evaluation,and treatment strategies. J Am Osteopath Assoc. 2000;100(9 Suppl):S7-14

La diagnosi della cefalea cervicogenica

Come per ogni patologia una corretta diagnosi e un’attenta valutazione clinica è importante. I pazienti con cefalea cervicogenica durante la visita manifestano:

  • cefalea 02Alterato atteggiamento del collo e del dorso con limitazione dei movimenti vertebrali.
  • Il mal di testa può essere innescato o riprodotto da movimenti attivi del collo, posizioni passive tenute per qualche secondo soprattutto in estensione o in estensione e rotazione dal lato del dolore.
  • Dolore alla pressione sulle strutture articolari delle cervicali o vicino i nervi occipitali.
  • cefalea trigger pointsAlcuni autori descrivono la presenza dei così detti trigger points (punti grilletto) che si trovano in zona nucale, alla base del collo o attorno alle scapole, questi se premuti irradiano il dolore sulle zone interessate dagli attacchi di cefalea.
  • Non sono presenti segni e sintomi riferibili ad alterazioni neurologiche date dalla compressione delle radici dei nervi cervicali.

Gli esami di diagnostica per immagini (RM, Rx ecc) non confermano la diagnosi di cefalea cervicogenica ma servono ad escludere altre cause.

Gli esami di laboratorio possono essere necessari se c’è il sospetto di artrite reumatoide, lupus, problemi tiroidei ecc, ma che spesso generano altri sintomi associati.

Il trattamento

Il trattamento fisioterapico è considerato il miglior approccio a queste problematiche, e come affermano gli studi, indipendentemente dall’età e sesso del soggetto e dalla cronicità o meno della cefalea, anche nei casi di dolore grave.

Lo scopo naturalmente è quello di ridurre la frequenza degli attacchi e l’intensità del dolore.

cefalea 04Sempre attingendo agli studi scientifici, si appura che il trattamento manuale osteopatico risulta tra i più efficaci, l’approccio sulle articolazioni vertebrali, il lavoro sulle rigidità muscolari il coinvolgimento di più distretti corporei per ristabilire un corretto equilibrio meccanico e posturale ci permette di avere un buon successo sulle cefalee cervicogeniche.

Inoltre inserire degli esercizi propriocettivi e di recupero della mobilità spesso ci dà dei buoni risultati nel mantenimento del beneficio sul lungo periodo.

In supporto al trattamento fisioterapico/osteopatico, soprattutto nei casi cronici, si ricorre all’uso dei farmaci che, a discrezione del medico, vanno dai FANS (antinfiammatori non steroidei), agli antidepressivi, agli antiepilettici, agli analgesici, a volte si associano dei miorilassanti.

Solo raramente si ricorre all’intervento chirurgico, nei casi in cui la situazione articolare vertebrale è talmente compromessa, e naturalmente, quando lo stato di salute del paziente ce lo permette.

Lo scopo di questi articoli è di dare semplici nozioni per aiutare il paziente a comprendere le varie patologie, i loro sintomi e il loro decorso, ciò è importante per potersi orientare e ricorrere alle giuste cure per risolvere al più presto problemi che possono condizionare negativamente la qualità della vita.


(1) Il trigemino è il 5 nervo cranico che parte dal midollo spinale all’altezza delle prime vertebre cervicali e che si irradia con tre branche principali su tutto il viso fornendo innervazione motoria e sensitiva. Particolarmente le fibre sensitive, che quindi trasportano il segnale doloroso, hanno connessione con le radici del plesso nervoso cervicale.
(2) https://andrealostocco.it/cefalea-miotensiva/

sindrome del piriforme 01In questo articolo leggiamo quanto sia importante una diagnosi corretta nel diagnosticare la sindrome del piriforme.

Che cos’è la sindrome del Piriforme?

È una condizione dolorosa di tipo neuromuscolare caratterizzata da dolore al gluteo e alla parte posteriore della coscia, dato dalla compressione del nervo sciatico nel suo passaggio dietro al muscolo piriforme che si trova in profondità nel gluteo.

La sintomatologia

La sintomatologia è a carico del nervo sciatico ma l’origine del problema non è da imputare alla colonna lombare o all’osso sacro, si caratterizza appunto per una sciatica così detta “tronca” perché parte dal gluteo ma non scende oltre il ginocchio.

Colpisce di solito nella 4-5 decade di vita, più comune nelle donne.

Diagnosticare la sindrome del piriforme

Se palpata la zona glutea interessata è dolente con dolore locale o irradiato.

Spesso non è riconosciuta o diagnosticata in modo corretto, si stima che circa il 6% dei pazienti a cui è diagnosticata una lombosciatalgia in realtà soffrono di sindrome del piriforme, oppure a volte alcune condizioni patologiche possono mimarne la sintomatologia[1].

sindrome del piriforme 02Ritardare la diagnosi comporta problemi cronici a carico del nervo o delle strutture articolari e muscolari coinvolte.

E’ fondamentale individuare dai segni clinici tale problema e differenziarlo da patologie che colpiscono la radice del nervo all’uscita dalle vertebre lombari, attraverso specifici test è possibile fare una diagnosi differenziale adeguata.

Inoltre alcune problematiche dell’anca possono mimare tale disturbo, e anche qui è fondamentale l’interpretazione dei segni clinici eventualmente supportati dalle indagini radiografiche.

Altre patologie che dobbiamo escludere sono la sacroileite (infiammazione dell’articolazione tra osso sacro e bacino), infiammazioni acute della zona lombare, problemi meccanici a carico delle articolazioni del bacino.

L’uso della diagnostica per immagini è utile solo per fare diagnosi per esclusione perché non c’è nessun segno specifico evidente dalle RX o dalla risonanza che evidenziano una sindrome del piriforme.

Esiste una forma primaria che è causata da anomalie anatomiche a carico del muscolo piriforme o dello sciatico nel suo passaggio nel gluteo.

La forma secondaria invece è conseguente a traumi (caduta sul sedere), microtraumi ripetuti, masse occupanti spazio, o ischemia locale.

Queste cause possono provocare infiammazione dei tessuti, compressione diretta del nervo e carenza della normale vascolarizzazione.

Tra i microtraumi includiamo il sovraccarico funzionale dato per esempio da attività lavorative o sportive che coinvolgono la zona in maniera specifica o creano compensi anomali sul bacino o sull’anca.

sindrome del piriforme 03Sintomi e segni:

  • Dolore se si sta seduti per più di 15/20 minuti
  • Dolore irradiato dal gluteo al ginocchio che si può accompagnare a formicolio o sensazione di scosse elettriche
  • Dolore alla deambulazione (che spesso passa al riposo)
  • Dolore nel rialzarsi dalla sedia
  • Dolore che si può irradiare all’inguine
  • Possibile dolore quando aumenta la pressione addominale (colpo di tosse, starnuto o durante la defecazione)
  • Sensazione di stanchezza muscolare
  • Difficoltà a portare la punta del piede verso l’interno, anca ruotata esternamente quando si sta sdraiati
  • Tensione sulla zona del bacino dal lato del dolore
  • Lieve diminuzione del tono dei muscoli glutei

La diagnosi precoce e quindi il trattamento riduce immediatamente la sintomatologia e nel 79% dei casi si scongiura il ricorso ai farmaci.

Il trattamento

sindrome del piriforme 04Il trattamento manuale e l’esercizio terapeutico sono ottimali come interventi conservativi nell’immediato.

Con il primo, si riduce l’alterazione meccanica a carico delle articolazioni del bacino e dell’anca, si interviene sui muscoli ripristinandone la normale elasticità, si recupera la corretta vascolarizzazione sulla zona e si interviene con delle tecniche specifiche per ridurre l’intrappolamento del nervo.

L’esercizio terapeutico è utile per recuperare il fisiologico tono muscolare e mantiene una corretta mobilità dei distretti anatomici.

Come mantenimento a volte è necessario un percorso di rieducazione posturale spalmato sul lungo periodo (soprattutto per le situazioni croniche) per evitare le ricadute e per avere un effetto duraturo nel tempo.

I pazienti che sono resistenti ai trattamenti devono essere indirizzati al medico specialista per eventuali trattamenti infiltrativi di solito a base di steroidi o lidocaina (antinfiammatori e analgesici).

Il trattamento chirurgico di decompressione è raro ed è previsto per esempio nelle forme secondarie in cui è presente una massa che è la causa della compressione.

 

[1] https://andrealostocco.it/lo-strano-caso-della-sindrome-del-piriforme-e-limportanza-della-diagnosi-differenziale

Chi di noi almeno una volta nella vita non ha subito una distorsione di caviglia o, più comunemente chiamata, “storta di caviglia”?

Cos’è la distorsione di caviglia?

distorsione di caviglia 01In termine medico si parla di distorsione, che per definizione è una sollecitazione, di solito traumatica, che tende a modificare i normali rapporti articolari con successiva lesione delle strutture legamentose e della capsula che avvolge l’articolazione.

Il movimento che si genera per motivi spesso indiretti (non un colpo diretto, ma successivo ad un movimento anomalo) imprime all’articolazione una sollecitazione non fisiologica.

In ordine di frequenza la distorsione di caviglia è la più comune dopo quella del ginocchio.

Classificazione

Le distorsioni di caviglia si classificano in:

  • 1° grado: le più lievi. Si verifica uno stiramento dei legamenti senza lesioni, con lieve gonfiore, temporanea limitazione delle normali funzioni, dolore passeggero. Può causare nell’immediato instabilità.
  • 2° grado: rottura parziale di uno o più legamenti. Presenti tumefazione, ematoma attorno al malleolo (l’osso sporgente della caviglia) per rottura di alcuni vasi sanguigni. Dolenzia di media entità e instabilità modesta, lieve limitazione funzionale.
  • 3° grado: instabilità severa, rottura completa dei legamenti. Edema massivo con importante ematoma. Seria limitazione funzionale.

Il dolore nella distorsione di caviglia

Il dolore in fase acuta può essere intenso e dura i base al grado di lesione dei legamenti.

Nei casi lievi hanno prognosi benigna, ovvero c’è una completa guarigione con un ritorno precoce alle attività quotidiane.

Nei gradi 2° o 3° se non trattate adeguatamente il ripristino delle normali funzioni può essere lento, il dolore persistente, la limitazione funzionale e la instabilità articolare può ostacolare le normali attività come camminare, predispone ad una artrosi precoce.

Possono essere colpiti tutti i soggetti a tutte le età, ovviamente l’attività fisica predispone a questo tipo di traumi anche se è molto frequente nelle persone che non fanno attività sportiva, quando si scende da un gradino o la “classica” buca sul marciapiede.

radiografiaLa diagnosi

La storia traumatica e la presenza dei segni e sintomi clinici indirizzano nella diagnosi, inoltre le indagini radiologiche ci aiutano nella valutazione del grado di lesione.

È consigliabile fare immediatamente una radiografia per escludere l’interessamento delle strutture ossee.

Una conseguenza molto comune dopo una distorsione di caviglia è la frattura della base del quinto metatarso (l’osso più esterno del piede), spesso subdola non sempre viene riconosciuta subito, avviene per effetto dello stiramento di un tendine che si attacca proprio su quest’osso.

La radiografia ci aiuta ad escludere tale evenienza.

La risonanza magnetica o l’ecografia invece si sono utili per definire una eventuale lesione alle strutture molli come i legamenti e quindi a definire il grado di lesione.

stampelleIl trattamento della distorsione di caviglia

Il trattamento in fase acuta prevede immobilizzazione (con tempi che variano da pochi giorni ad alcune settimane in base al grado di lesione) con l’eventuale uso di tutore, riposo, quindi astensione da carico ed uso di canadesi (stampelle), ghiaccio per ridurre l’edema, l’uso di macchinari come la magnetoterapia per aiutare i tessuti a recuperare dal danno subito.

L’uso della terapia manuale, in fase acuta nei casi lievi, è importante intanto per ridurre l’edema e per evitare le rigidità articolari che sono successive all’immobilità.

Successivamente alla fase acuta si rispettano i tempi di recupero degli eventuali danni ai tessuti molli (3 settimane) o alle ossa (4 settimane) e poi si procede con un programma di recupero funzionale composto da trattamenti per il recupero di tutti i movimenti fisiologici, recupero della forza, controllo e gestione delle eventuali tendinee o legamentose dovute alla immobilità.

tavolette propriocettiveParticolarmente importante è il lavoro sotto carico e con l’uso di tavolette propriocettive che servono a migliorare il controllo dell’articolazione durante tutte le fasi di appoggio nei vari movimenti, inoltre migliora decisamente la stabilità dell’articolazione e quindi evita le recidive che possono essere frequenti dopo un trauma del genere.

La giusta attenzione va posta su quelli che sono gli effetti a distanza che una distorsione di caviglia può generare. La problematica più frequente riguarda gli adattamenti che il corpo fa sulle catene muscolari ascendenti che possono causare infortuni ai muscoli posteriori della coscia, all’articolazione del bacino o della colonna lombare.

È compito del terapista tener coto di tali eventualità e impostare un trattamento che prenda in considerazione questa eventualità con esercizi mirati a migliorare l’elasticità muscolare e una buona mobilità articolare del bacino e della colonna vertebrale.

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Come migliorare la tua salute in pochi minuti al giorno

Sempre più spesso mi capita nella mia pratica quotidiana di consigliare ai pazienti una serie di esercizi da fare a casa. Spesso la difficoltà del paziente è ricordarne la sequenza o la giusta esecuzione.

Questo compendio ha proprio lo scopo di fornire ai pazienti o a tutti quelli che ne vogliano usufruire una piccola guida con dei facili esercizi da eseguire ovunque e che, se fatti spesso e con continuità, miglioreranno sicuramente lo stato di salute della colonna vertebrale e dell’apparato muscolo-scheletrico tutto.

 

  1. RISCALDAMENTO

Si inizia sempre con qualche minuto di respirazione profonda e lenta in posizione per esempio seduti a terra con le gambe a rana.

 

 

 

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Si continua eseguendo dei piccoli movimenti della colonna e degli arti per riattivare la circolazione periferica e i movimenti muscolari e articolari.

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  1. MUCCA E GATTO

Migliora la mobilità della colonna lombare, dorsale, delle spalle e del collo.

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  1. POSIZIONE DEL BAMBINO

Si allungano i muscoli della colonna, i glutei e i muscoli posteriori delle cosce.

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  1. MUCCA E GATTO IN PIEDI

Si ripete lo stesso movimento fatto in precedenza ma questa volta in piedi assicurando un buon appoggio plantare.

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  1. FLESSIONE IN AVANTI

Oltre all’allungamento della colonna questo esercizio favorisce una buona elasticità dei muscoli delle gambe.

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  1. APERTURA DEL PETTO

Si esegue aprendo bene il petto e spingendo le spalle contro la parete ogni volta che si inspira, quando si espira ci si rilassa.

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  1. PONTE

Dalla posizione supina a gambe flesse si contraggono i glutei e si tira su il bacino (se si tende a chiudere troppo le gambe si mette un cuscino tra le ginocchia). È un ottimo esercizio per stabilizzare i muscoli del bacino e della lombare oltre che tonificare i glutei.

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  1. PONTE CON SOLLEVAMENTO DELLA GAMBA

Per aumentare l’efficacia dell’esercizio a ponte si flette l’anca sollevando la gamba estesa o a ginocchio flesso.

 

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  1. ROTAZIONI DEL BUSTO IN QUADRUPEDICA

Ottimo esercizio per un buon equilibrio tra stabilità e mobilità del busto

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  1. CANE E UCCELLO

Si parte dalla posizione quadrupedica e si estende gamba e braccio alternati. Questo esercizio migliora la stabilità del busto e la percezione corporea del movimento.

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  1. ROTAZIONE DEL BUSTO

Migliora la mobilità del busto e delle spalle, allunga i muscoli glutei

 

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  1. POSIZIONE DEL PINGUINO

Migliora la stabilità dei muscoli posturali della colonna, migliora la flessibilità del quadricipite e la mobilità dell’anca.

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  1. POSIZIONE A GAMBE INCROCIATE CON ALLUNGAMENTO ASSIALE

In questa posizione si deve tenere un libro in equilibrio sulla testa, questo favorisce un allungamento della colonna in senso assiale costringendo i muscoli posturali a stabilizzare correttamente le vertebre.

È utile usare una respirazione lenta e lunga.

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Ogni esercizio va eseguito senza dolore (è utile invece una leggera sensazione di allungamento) in base alle proprie capacità articolari e muscolari.

Il numero di ripetizioni va in base alla propria resistenza è può essere aumentata gradualmente.

Si inizia con serie da 10 o 15 ripetute, mentre gli esercizi di allungamento prevedono una tenuta di ameno 30 secondi.

Sono esercizi che possono essere ripetuti tutti i giorni, in alternativa è utile eseguirli almeno tre volte a settimana.

Per qualsiasi problema contattatemi o rivolgetevi al vostro fisioterapista di fiducia.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Exercises For Bad Posture, Everything You Need To Improve Posture In Just A Few Minutes per Day – A. Johnson – (2019)
  • Yoga as Theapeutic exercise – B. K. S. Iyengar, L. Hartman
  • The Essential Lower Back Pain Exercise Guide, Treat Low Back Pain at Home in Just Twenty-One Days – M. Sutherland – (2020)

mal di schiena 01In questo articolo vorrei riportare un editoriale redatto a fine 2019 sul British Journal of Sport Medicine[1] in cui vengono descritte le dieci cose che sia i pazienti sia gli operatori sanitari devono conoscere sul mal di schiena (o lombalgia) e quali sono i falsi miti a riguardo.

Mal di schiena e lombalgia

La lombalgia sappiamo bene essere la principale causa di disabilità e di assenteismo dal lavoro in tutto il mondo, ed è il motivo per cui i pazienti si rivolgono alle cure mediche, a volte costose ed inefficaci.

Spesso le false convinzioni, rafforzate dalla cattiva informazione da parte degli organi di informazione e degli stessi operatori sanitari creano confusione per il paziente, inoltre spesso non sono supportate da prove scientifiche.

Questo elenco ne è un esempio:

  1. La lombalgia è una grave condizione patologica.
  2. Lombalgia diventa persistente e degenera nel corso della vita.
  3. La lombalgia persistente è sempre legata a un danno dei tessuti.
  4. Gli esami radiologici (Rx, TAC o risonanza magnetica) sono sempre necessari per trovare la causa.
  5. Il dolore legato all’esercizio fisico o al movimento è sempre un segnale che si sta compiendo un gesto sbagliato per la colonna vertebrale e bisogna interrompere l’attività.
  6. La lombalgia è causata da una cattiva postura se stiamo seduti, in piedi o sdraiati.
  7. La lombalgia è causata da una debolezza dei muscoli del tronco.
  8. Il carico ripetuto sulla colonna provoca danni o usura alla struttura.
  9. Le riacutizzazioni sono il segno di un danno ai tessuti e richiedono riposo.
  10. L’assunzione di farmaci o l’intervento chirurgico sono necessari ed efficaci per il trattamento della lombalgia.

Pensare positivo!

mal di schiena 02Le false convinzioni, i consigli sbagliati, i comportamenti non corretti o i rimedi inutili contribuiscono a alimentare nel paziente la paura, l’atteggiamento negativo e pessimista rispetto alla sua condizione di dolore e disabilità.

Perderà fiducia nella possibilità di recuperare una buona qualità di vita e le normali funzioni quotidiane, compromettendo l’equilibrio psichico e favorendo stress, ansia e depressione.

Un atteggiamento positivo rispetto alla patologia sia associa a livelli più bassi di dolore e ad una migliore gestione della patologia stessa.

Cosa sappiamo del mal di schiena?

Vediamo allora quali sono, secondo l’autore della pubblicazione, le dieci cose utili da sapere sulla lombalgia, sostenuti dalle evidenze scientifiche:

  1. La lombalgia non è una patologia grave e irreversibile, nè una situazione che degenera in una disabilità permanente. La lombalgia persistente può essere disabilitante ma raramente è pericolosa per la vita e difficilmente si finisce “in sedia a rotelle”.
  2. La maggior parte delle lombalgie migliora e non è detto che peggiora con l’età. Anche se si è convinti che la tarda età sia una causa predisponente la lombalgia, non ci sono dati scientifici che supportano tale tesi.
  3. La causa non è data da danni ai tessuti ma spesso da una mentalità negativa, dalla paura e da false aspettative. Quando si subisce un danno ai tessuti di solito la guarigione avviene nell’arco di tre mesi, molte lombalgie persistono oltre questo tempo quindi ci saranno altri fattori che contribuiscono quali stress, tensione, affaticamento, inattività, o attività non abituali. Molte lombalgie iniziano con il movimento e senza lesioni.
  4. Le indagini radiografiche non sono determinanti per una corretta prognosi e non migliorano i risultati clinici.
  5. L’esercizio fisico e il movimento sono utili ad un buon recupero e sono salutari per la colonna vertebrale.mal di schiena 03
  6. La postura non è un elemento determinante per l’insorgenza della lombalgia o per la sua persistenza.
  7. La debolezza dei muscoli del tronco non causa la lombalgia, a volte è l’eccessiva tensione di tali muscoli a provocarla, è necessario quindi un giusto equilibrio tra forza ed elasticità.
  8. Il carico ripetuto (nei limiti delle capacità fisiologiche) e il movimento aiutano a creare una giusta risposta della struttura ai sovraccarichi.
  9. Le riacutizzazioni del dolore sono correlate ai cambiamenti di attività, a stress e ai cambiamenti dell’umore piuttosto che ai danni ai tessuti. La gestione corretta della lombalgia prevede soprattutto un’educazione del paziente ai giusti comportamenti quotidiani, corrette attività sociali, sane abitudini e una corretta condotta.
  10. mal di schiena 04Infiltrazioni, chirurgia e uso di farmaci pesanti come gli oppiacei non sono efficaci sul lungo periodo come trattamento della lombalgia persistente. Inoltre non sono esenti da rischi o da effetti indesiderati.

La corretta informazione

Questo articolo ha come scopo quello di informare correttamente i pazienti che hanno a che fare con il problema del mal di schiena affinché sappiano gestire al meglio lo stato patologico e la fase di recupero.

Affidarsi ai giusti professionisti è la cosa migliore ma bisogna farlo con la consapevolezza che le informazioni che si ricevono siano corrette e supportate da conoscenze concrete e scientificamente riconosciute.

Il compito del fisioterapista è tranquillizzare il paziente affinché sappia gestire il suo stato patologico senza alimentare ansie o paure infondate e poco utili al processo di guarigione.

 

Articolo presente anche su: APA Institute.it


[1] O’Sullivan PB, Caneiro J, O’Sullivan K, et al – Back to basics: 10 facts every person should know about back pain – British Journal of Sports Medicine Published Online First: 31 December 2019. doi: 10.1136/bjsports-2019-101611

cruralgia feat

Tra le patologie radicolari, ovvero, quelle che colpiscono la radice dei nervi della colonna lombare sicuramente la sciatica è la più frequente insieme alla cruralgia.

L’origine della cruralgia

Oltre allo sciatico, dal plesso nervoso lombare partono numerosi altri nervi tra questi c’è il femorale che se coinvolto in un problema radicolare o lungo il suo decorso dà una sindrome detta CRURALGIA o NEVRALGIA FEMORALE.

È un quadro clinico meno frequente appunto della più comune sciatalgia, interessa la radice nervosa L3-L4, di solito all’origine ci sono cause meccaniche.

Questo segmento vertebrale, particolarmente la vertebra L3 è la più mobile della colonna lombare, vi passa la linea di gravità che attraversa il corpo umano ed è un punto di compensazione delle disfunzioni ascendenti e discendenti.

I sintomi della cruralgia

Cruralgia 01I sintomi possono essere quelli di una irritazione radicolare come il dolore e le parestesie (formicoli, torpore, ecc) o di compressione radicolare (dolore persistente e molto acuto, alterazione della forza, della sensibilità e dei riflessi).

La zona colpita è quella anteriore della coscia dal bacino al ginocchio (differentemente dalla sciatica che coinvolge la parte posteriore della coscia e può arrivare fino al piede).

Le cause

Tra le cause più frequenti di nevralgia del femorale c’è sicuramente l’ernia discale, seguono le patologie degenerative a carico della colonna come l’artrosi e l’ispessimento dei tessuti molli attorno alle articolazioni vertebrali che creano una stenosi del canale di passaggio del nervo.

Alle cause meccaniche bisogna aggiungere le cause che possono coinvolgere il nervo alla sua uscita dalla colonna vertebrale.

Il nervo femorale è anteriore alla colonna e scende davanti ai corpi vertebrali, in profondità nell’addome passando vicino al muscolo ileo-psoas, davanti ad esso troveremo tutto il pacchetto viscerale addominale, poi diventa superficiale all’altezza della zona inguinale.

La contrattura del muscolo psoas (molto frequente) oppure problematiche a carico dei visceri come il colon o l’intestino possono coinvolgere il nervo e causare una nevralgia.

Cruralgia 02

La diagnosi della cruralgia

La diagnosi differenziale va fatta relativamente a patologie a carico dell’anca o del ginocchio che possono mimare il sintomo doloroso o a patologie a carico dell’apparato viscerale (acute o meno), per esempio il dolore da appendicite coinvolge la zona anteriore della coscia destra proprio per la vicinanza del nervo all’appendice, oppure i dolori dati dal ciclo mestruale.

Cruralgia 03La valutazione si basa sulla sintomatologia descritta dal paziente, supportata da test specifici per definire bene la causa del problema, l’attenta raccolta dei dati anamnestici e la storia clinica del paziente sono fondamentali.

Tutto deve essere correlato da esami radiologici che in questo caso trovano nella risonanza magnetica l’esame principale.

Il trattamento

Sia le cause meccaniche che quelle viscerali possono trovare un ottimo alleato nella terapia manuale.

La gestione della corretta meccanica della colonna vertebrale con l’uso di tecniche manuali passive sulle articolazioni, sui muscoli e le fasce e l’utilizzo dell’esercizio terapeutico nella maggior parte dei casi riducono i sintomi fino alla loro definitiva scomparsa.

Nel caso di ernie importanti che sono destinate all’intervento chirurgico, le terapie pre e post chirurgiche permettono al paziente di gestire i sintomi prima dell’intervento e favoriscono un recupero ottimale dopo.

Come ormai accertato da numerose pubblicazioni scientifiche, le tecniche manuali applicate ai visceri favoriscono la motilità del viscere stesso (migliorando per esempio la peristalsi) e la mobilità reciproca tra il viscere e quelli vicini.

Nei casi per esempio di stitichezza questo favorisce lo svuotamento del tubo digerente diminuendo la rigidità delle sue pareti, la stasi gassosa, venosa e linfatica che spesso sono all’origine dei fastidiosi gonfiori addominali.

Come già premesso, nel caso di una nevralgia del femorale, dato il passaggio anatomico del nervo, l’aspetto viscerale va sempre preso in considerazione.

Cos’è la nevralgia del trigemino? Conosciamola meglio

Il nervo trigemino

Il nervo trigemino fa parte del 5° paio di nervi cranici (che in tutto sono 12), è un nervo così detto misto ovvero svolge funzioni diverse:

  • Funzione motoria: muscoli della masticazione
  • Funzione sensitiva: cute della faccia, la congiuntiva dell’occhio, la mucosa della bocca e del naso
  • Funzione motoria viscerale: innerva le ghiandole lacrimali, la ghiandola parotide, la cavità orale

nevralgia del trigemino 01Le sue fibre dal tronco cerebrale convergono in un ganglio che si trova all’interno del cranio e dal quale partono le tre branche principali del trigemino:

  • Nervo oftalmico (1)
  • Nervo mascellare (2)
  • Nervo mandibolare (3)

 


La nevralgia del trigemino

La nevralgia del trigemino (anche detta tic doloroso) è una condizione dolorosa che può colpire una o più branche del 5° nervo cranico.

La frequenza di tale patologia tra la popolazione è dello 0,07%, sono soggetti che si rivolgo in prima battuta al dentista, pensando ad un normale mal di denti, ma che successivamente devono ricorrere alle cure del neurologo.

La diagnosi e le cause

La diagnosi si basa sulla descrizione del dolore da parte del paziente, il sintomo è raramente motorio a carico dei muscoli della masticazione.

Va discriminato se si tratta di nevralgia primaria o secondaria ad altre patologie del sistema nervoso.

La nevralgia può avere delle cause diverse (spesso vascolari e viene definita classica) o viene detta idiopatica quando apparentemente non c’è nessuna causa scatenante.

La radiologia ci può venire in soccorso con la risonanza magnetica che nel 70-80 % dei casi rileva una interferenza vascolare con il nervo.

nevralgia del trigemino 02Il dolore è parossistico (si manifesta con fitte violente), unilaterale e su una branca precisa, può durare da pochi secondi ad alcuni minuti, con assenza di dolore tra una scarica e l’altra (nella forma atipica è presente una lieve sensazione dolorosa per quasi tutto il giorno oltre agli attacchi acuti).

Il dolore è descritto come severo e molto acuto, lancinante come una scossa elettrica.

Può essere innescato da stimoli innocui come un lieve sfioramento della zona di pertinenza della branca nervosa, oppure manifestarsi mentre si mangia, si parla, ci si lava il viso o i denti, o all’esposizione di correnti d’aria anche leggere.

La frequenza degli attacchi può andare da 4/5 al giorno fino ad un centinaio, possono verificarsi per settimane o mesi o essere remissivi per periodi lunghi fino ad alcuni anni.

È questa una condizione a volte disabilitante che interferisce con le normali attività quotidiane, i pazienti affetti per lungo tempo da questo problema sono soggetti a depressione.

L’esame neurologico di solito è negativo, solo nei casi in cui c’è una lunga storia clinica si possono verificare problemi sensoriali (perdita della sensibilità o alterazione della sensibilità caldo/freddo).

Il trattamento

In prima battuta il trattamento farmacologico è quello più indicato attraverso l’utilizzo di farmaci anticonvulsivi o antiepilettici (che hanno un effetto modulante sul sistema nervoso) e di antinfiammatori.

Qualora il farmaco o la combinazione di farmaci sia inefficace si prende in considerazione l’intervento chirurgico.

nevralgia del trigemino 03In questo caso gli studi indicano[1]:

  • Decompressione microvascolare: si svolge in anestesia generale, le evidenze suggeriscono che dopo tale procedura il dolore scompare immediatamente (per circa 10-20 anni). Si consiglia nei pazienti nei quali i farmaci non hanno più effetto o che manifestano importanti effetti collaterali, sono pazienti che hanno un effettivo peggioramento della qualità di vita.

 

  • nevralgia del trigemino 04Radiochirurgia stereotassica: è una metodica di trattamento tramite radiazioni ionizzanti (quindi non si incide la cute del paziente) veicolate in maniera molto precisa. Con questa procedura non c’è un immediato miglioramento del dolore ma si fa in anestesia locale (indicata quindi nei soggetti che non sopporterebbero l’anestesia generale).

Purtroppo in alcuni casi anche dopo l’intervento chirurgico si può verificare una recidiva, in questo caso si ricorre in prima battuta di nuovo alla terapia farmacologica.

I pazienti che soffrono di nevralgia del trigemino devono necessariamente essere gestiti da specialisti e possibilmente da un team multidisciplinare.

 


 

[1] Trigeminal neuralgia- J. M. Zakrzewska, M. E. Linskey – BMJ 2015;350:h1238 doi: 10.1136/bmj.h1238 (Published 12 March 2015)